MEHER BABA—THE COMPASSIONATE ONE! — Italian Translation

Meher Baba

Il Compassionevole

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Meher Baba, Londra, 1925

Meher Baba

Il Compassionevole

Rick M. Chapman

The White Horse Publishing Company
www.whitehorsepublishing.com 

Titolo originale inglese Meher Baba The Compassionate One
Tradotto in italiano nel 2016 da Donata Mazzola.

Copyright © 1987, 2008, The White Horse Publishing Company, Berkeley, California, USA.

Tutte le citazioni e le fotografie di Meher Baba per gentile concessione di: Copyright © Avatar Meher Baba Perpetual Public Charitable Trust, King’s Road, Ahmednagar, Stato di Maharashtra, India, e Lawrence Reiter, North Myrtle Beach, Carolina del Sud, USA.

I due discorsi “Io sono la Canzone” e “Il cercatore di perle” sono tratti da Il Tutto e il Nulla (edizione online sul sito www.ambppct.org) – Copyright © Meher House Publications, Beacon Hill, Australia – Copyright © 1989 Avatar Meher Baba Perpetual Public Charitable Trust, Ahmednagar, India

Tutti i diritti sono riservati. Nessuna parte di questo libro può essere usata o riprodotta in qualsiasi forma senza autorizzazione scritta, salvo brevi citazioni in articoli di critica e recensioni.

Per informazioni: The White Horse Publishing Company
www.WhiteHorsePublishing.com 

INDICE

Prefazione – Un invito 7

Prima parte
Introduzione alla vita e all’opera di Avatar Meher Baba 8
Postfazione – E poi? 42

Seconda parte
Messaggi e Discorsi selezionati di Avatar Meher Baba 44
Il Messaggio Universale di Meher Baba 46
L’Avatar 47
La Nuova Umanità 52
L’inizio e la fine della Creazione 60
La vita dello spirito 69
L’amore 76
Il travaglio del nuovo ordine del mondo 84
Dodici modi di realizzarmi 87
Io sono la canzone 89
Il cercatore di perle 91
L’Altissimo tra gli Alti 93
La chiamata di Meher Baba 99
Le sette Realtà 103
La Preghiera Universale 104
Come amare Dio 106
Per ulteriori informazioni su Meher Baba 107  


Prefazione – Un invito
Scrissi originariamente il profilo biografico che costituisce la prima parte di questo libro all’inizio degli anni 1970 in forma di articolo destinato alla pubblicazione sul settimanale Life. Ero da poco tornato dall’India, dove avevo incontrato personalmente Meher Baba. A quel tempo, i suoi messaggi sulle differenze tra l’esperienza delle droghe psichedeliche e il vero misticismo suscitavano interesse praticamente da tutte le parti – nei campus universitari, alla radio e alla televisione e sulla stampa. Ma la vita fa quello che vuole e Life chiuse i battenti due settimane dopo la consegna dell’articolo.
Alla fine, il mancato articolo divenne un opuscolo introduttivo – “Meher Baba, Il Padre compassionevole” – distribuito per anni gratuitamente da Meher Baba Information a tutti coloro che, da ogni parte del mondo, chiedevano informazioni sul recentissimo Avvento del Dio-Uomo. Molti anni più tardi, nel 1987, il testo fu rivisto e ripubblicato sotto forma di un nuovo opuscolo introduttivo e, con l’aggiunta di diversi messaggi chiave, discorsi e fotografie, in forma di libro. E il titolo cambiò. Meher Baba, Il Compassionevole mi sembrò più vero e appropriato per trasmettere il senso più profondo del nome dato all’Avatar di quest’epoca, che richiama l’appellativo di Budda, “L’Illuminato” e abbandona la traduzione più semplicistica dell’universale “Baba” nel vernacolo indiano.
Per diverse ragioni, solo un paio di copie del nuovo libro e dell’opuscolo arrivarono fino in India. La presente versione ristampata in India, con alcuni cambiamenti rispetto al testo precedente, vuole sopperire a tale mancanza e portare nuove informazioni introduttive sull’Avatar di questo tempo sia nel libro sia nell’opuscolo. Considerata la sua estrema brevità, per me questo libro è soprattutto un “invito” a incontrare Meher Baba, una breve illustrazione della sua vita, del suo lavoro e dei suoi messaggi. Un invito, per sua stessa natura, è un segnale di qualcosa che verrà, un biglietto d’entrata per un evento o un’attività. Allo stesso modo, questo libro vuole invitarvi a “incontrare” Meher Baba e darvi un assaggio di quello che vi aspetta: l’opportunità di conoscere la vita e l’opera del Cristo di questa epoca e di scoprire la sua presenza eternamente viva nei cuori ardenti.

PRIMA PARTE

Introduzione alla vita e all’opera
di
Avatar Meher Baba


M
eher Baba significa “Il Compassionevole” ed è il nome dato da un gruppo di primi discepoli al loro Maestro quando, all’inizio degli anni 1920, i segni del suo stato spirituale unico cominciarono a farsi evidenti. Cercare di descrivere brevemente la vita di Meher Baba crea una sintesi straordinaria, anche se enigmatica. In primo luogo, migliaia di persone di ogni maggiore tradizione religiosa lo riconoscono come “Dio in forma umana” – il Cristo, il Profeta, il Salvatore, il Messia – l’Avatar di questa epoca. In secondo luogo, per la maggior parte della sua vita Meher Baba ha svolto tutte le sue numerose e svariate attività mantenendo il silenzio. Per 44 anni, dal 1925 fino a quando ha lasciato la sua forma fisica nel 1969, mentre formava i suoi discepoli o lavorava per dare sollievo ai lebbrosi e ai poveri, mentre forniva istruzione scolastica e cure mediche gratuite alle persone bisognose del luogo o mentre formava spiritualmente gli studenti del suo “Prem (Amore) Ashram, unico nel suo genere, mentre lavorava intensamente con gli spiritualmente ebbri mast (che Baba ha descritto come veri amanti di Dio) o mentre incontrava le moltitudini che si radunavano per il suo darshan (vista) quando si metteva a disposizione pubblicamente, mentre apriva una nuova finestra su ogni aspetto della ricerca spirituale attraverso i suoi messaggi, discorsi e libri o mentre offriva una specifica guida individuale agli innumerevoli seguaci provenienti da tutto il mondo, durante tutti questi 44 anni Meher Baba ha mantenuto il silenzio. Invece di parlare, si affidava ad altri mezzi per comunicare i messaggi che voleva trasmettere, ma soprattutto comunicava in un modo del tutto avvincente con il linguaggio del suo Amore.

Meher Baba ha dichiarato esplicitamente di essere l’Antico, l’Incarnazione Divina o il “Dio-Uomo”, il cui Avvento è stato anticipato da molte delle religioni e delle tradizioni spirituali attuali. In India egli è più comunemente conosciuto come l’”Avatar”, un termine sanscrito che significa letteralmente “Discesa di Dio”. Sebbene le dottrine di alcune religioni sostengano che una tale Manifestazione di Dio ha avuto luogo solo una volta nella storia, attraverso un particolare Dio-Uomo o un altro, gli insegnamenti mistici alla base di tutte le grandi religioni del mondo indicano che la comparsa dell’Avatar è tutt’altro che un evento del passato. Quale espressione naturale della Compassione Infinita e quale parte integrante del Piano Divino, tali Incarnazioni sono le periodiche rivelazioni dell’Amore e della Verità di Dio – la stessa Unica Realtà – sulla terra. Secondo Meher Baba, queste comparse dell’Avatar avvengono infallibilmente ogni 700-1400 anni circa, a seconda della situazione del mondo e dei bisogni spirituali di ogni Epoca.

Di conseguenza, tutte le Personalità Divine – Gesù, Budda, Krishna, Muhammad e Zoroastro sono tra le più conosciute – sono considerate allo stesso modo Avatar, e ognuna di loro è stata per la rispettiva epoca la più importante Manifestazione di Dio sulla terra che ha vissuto la vita perfetta di amore e servizio per mostrare di nuovo la possibilità di conseguirla. Per quanto le religioni fondate su queste comparse avatariche di Dio possano essere oggi distanti una dall’altra, Meher Baba afferma che in ogni Incarnazione Divina il Dio-Uomo ha sempre insegnato la stessa Verità essenziale.

Il messaggio di Meher Baba e il suo fascino raggiungono persone di ogni estrazione. Dei suoi seguaci fanno parte protestanti, cattolici ed ebrei in Occidente, indù, musulmani, zoroastriani e buddisti in Oriente, nonché molto che si consideravano agnostici o atei. In breve, Baba e quello che insegna sono universali. Sebbene possa certamente essere compreso nel contesto di ogni principale tradizione religiosa, egli è chiaro nel precisare che non appartiene a nessuna di esse in modo particolare.


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Meherabad, 1925

M
eher Baba proveniva da una famiglia zoroastriana e i suoi genitori erano precedentemente emigrati dalla Persia in India. Nacque nella città di Poona (poi chiamata Pune), un bellissimo centro collinare di cultura ed educazione nell’India centrale, a circa 160 chilometri da Bombay (poi chiamata Mumbai). Poco prima della sua nascita, la madre ebbe due sogni insoliti: nel primo vide migliaia di persone di ogni razza che passavano davanti a lei e aspettavano la nascita di suo figlio con grande impazienza e trepidazione; nel secondo numerose donne indiane in sari circondavano e adoravano il figlio appena nato. Alla nascita – il 25 febbraio 1894 – gli fu dato il nome di Merwan Sheriar Irani, cognome che indica la provenienza della famiglia dall’Iran.
L’infanzia e l’adolescenza di Merwan non furono particolar-mente fuori dal comune, ma tutti si accorgevano che qualcosa di indefinibile lo rendeva unico. Interessato alla poesia e alla letteratura – da Shakespeare al Maestro perfetto persiano Hafiz – e dotato nello sport, brillava per il suo carattere speciale e il suo raro fascino. Dopo aver frequentato una scuola superiore cattolica, il giovane Merwan entrò al Deccan College, l’università più apprezzata dell’India occidentale. Fu durante il suo secondo anno di università, a diciannove anni, che Merwan ebbe l’esperienza che gli rivelò la sua Divinità e diede inizio alla sua missione spirituale nel mondo come Avatar dell’Epoca.
La rivelazione della Divinità di Merwan avvenne tramite un bacio sulla fronte datogli da Hazrat Babajan, un’anziana donna che viveva a Poona ed era ampiamente venerata per la sua piena illuminazione. Questa Sadguru (Maestra Perfetta), che si dice avesse più di 120 anni a quel tempo, era essa stessa un tempio vivente della città. Originaria del Baluchistan, Babajan era arrivata a Poona più di venti anni prima e si era poi stabilita vicino a un particolare albero di neem sul ciglio della strada. Lì passava i suoi giorni e le sue notti, con qualunque tempo, e riceveva le migliaia e migliaia di pellegrini, aspiranti e anche gente comune che venivano da ogni parte dell’India per sedersi vicino a lei e avere la sua benedizione.
Una sera, mentre Merwan stava tornando a casa in bicicletta dal college, Babajan lo chiamò. Egli scese dalla bicicletta, le andò vicino e si sedette con lei in silenzio. Alla fine del loro incontro, l’anziana Maestra Perfetta baciò Merwan sulla fronte, egli poi si alzò e tornò subito a casa. Molti anni più tardi, Meher Baba descrisse così quel periodo: “Con un semplice bacio sulla fronte, tra le sopracciglia, Babajan mi fece sperimentare i fremiti di una beatitudine indescrivibile che si protrasse per circa nove mesi. Poi una notte mi fece realizzare in un istante la beatitudine infinita della realizzazione di Sé (realizzazione di Dio).”

In diverse occasioni, quando Merwan le faceva visita nei mesi seguenti, Babajan lo indicava dicendo: “Questo mio figlio un giorno scuoterà il mondo.”

O
gni volta che Dio viene come Avatar, “vela” la Sua Coscienza Infinita in una deliberata “discesa” a una forma umana scelta e preparata per la Sua Opera. I cinque Maestri Perfetti dell’epoca sono responsabili di attuare la “Discesa di Dio” (ossia della Realtà) nell’Illusione attraverso quella forma umana. Essi sono anche responsabili di “svelare” all’Avatar la Sua Infinita Coscienza quando giunge il momento dell’inizio del Suo ministero sulla terra.
Durante il periodo di quasi sette anni che seguì al fatidico bacio di Babajan, Merwan si sentì indotto a incontrare gli altri quattro Maestri in India che, come Babajan, erano riconosciuti come spiritualmente perfetti. I due Maestri Perfetti più conosciuti erano l’anziano Sai Baba di Shirdi, venerato come santo dai musulmani e dagli indù, e Upasni Maharaj, indù di nascita. Durante questo periodo, in diverse occasioni i due Sadguru dell’epoca dichiararono pubblicamente che Merwan era l’Avatar e mandarono alcuni dei loro discepoli a stare con lui.

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Meherabad Collina, 1927

Nei sette anni successivi al bacio di Babajan, Merwan divenne egli stesso noto come Sadguru, ossia colui che ha realizzato Dio. Molti di coloro che entrarono in contatto con lui – indù, musulmani e zoroastriani, cercatori di Dio come pure persone senza un’apparente inclinazione spirituale – cominciarono a sentirsi attratti da lui e a considerarlo come il loro Maestro. Furono questi primi seguaci e discepoli a chiamare Merwan “Meher Baba”, perché il nome che gli era stato dato da bambino non sembrava loro più adeguato per Colui che era diventato il loro amatissimo e compassionevole Signore e il Sole che aveva sciolto i loro cuori.
Nel 1922, con un consistente gruppo di devoti seguaci, Meher Baba lasciò Poona per Bombay. Qui fondò un ashram unico nel suo genere chiamato Manzil-e-Meem, la “Casa del Maestro”, dove questi primi discepoli furono iniziati a un periodo di stretta disciplina e rigoroso addestramento. Baba stesso era impegnato giorno e notte nella sua intensa attività spirituale e durante questo periodo si assunse una grande sofferenza, cominciando nel frattempo a sviluppare il “Circolo” di discepoli che lo aiutavano nella sua vasta opera a favore dell’umanità e di tutta la Creazione.

L’anno successivo Baba spostò il suo ashram da Bombay alla periferia di un desolato villaggio vicino ad Ahmednagar, a quasi 200 chilometri di distanza, nel cuore dell’altopiano del Deccan. In questo luogo egli fondò Meherabad, che sarebbe diventata la sede centrale del suo lavoro per i 25 anni successivi. Con lo sviluppo di questo nuovo centro di attività, Baba mise ancora di più alla prova coloro che lo seguivano. Partiva periodicamente per viaggi a piedi o in treno coprendo enormi distanze attraverso lo stato circostante del Maharashtra, l’India occidentale fino a Karachi e Quetta (che sarebbero poi diventate parte del Pakistan) e infine fino in Persia. Durante questi viaggi Baba si spostava sempre in incognito, e in diversi villaggi e località incaricava i suoi uomini di riunire i poveri o i lebbrosi, o a volte entrambi, che lavava, nutriva e vestiva con le proprie mani. Baba distribuiva in generale vestiti o cereali, o in alcune circostanze una somma di denaro, a ciascuna delle persone bisognose riunite. Queste furono le uniche occasioni in cui Meher Baba maneggiò del denaro.
Che fossero impegnati in duri lavori manuali a Meherabad o che accompagnassero il loro Maestro nei suoi viaggi, i discepoli di Baba trovavano che egli esigesse sempre di più da loro in quanto a resistenza e disponibilità al servizio. Molte volte, dopo una giornata estenuante cominciata prima dell’alba e conclusasi dopo mezzanotte, Baba faceva alzare i suoi uomini dopo appena due ore di sonno per informarli che era giunto il momento di partire per un’altra destinazione. Lunghi viaggi a piedi, poco sonno, pasti scarsi e irregolari: durante alcuni periodi questo era il programma abituale per i discepoli di Baba.
In confronto a Baba, tuttavia, nessuno di loro fece sforzi o soffrì. Era lui che dettava il ritmo, lui che non solo dirigeva il lavoro ma che guidava anche i suoi discepoli nella sua esecuzione, digiunando spesso per settimane intere e sopportando frequentemente singolari malattie che diceva essere unicamente il risultato del suo lavoro spirituale interiore con i membri del suo Circolo. Il vasto spettro di attività che Baba programmava sembrava sempre destinato a portare frutti in diverse direzioni alla volta. Baba non solo portò aiuto, sollievo e il tocco dell’amore a molte migliaia di individui, ma iniziò anche i suoi mandali, come egli stesso disse ai suoi discepoli residenti più stretti, a una vita di servizio disinteressato ancora più profonda. Mentre vivevano con lui ed erano testimoni dello sviluppo del suo lavoro, i discepoli di Meher Baba coniarono una definizione significativa per la sua vita, una sorta di motto che cattura l’essenza perenne della vita del Dio-Uomo sulla terra: “Mastery in Servitude” (“Maestria nella Servitù”).

È
naturale che una delle domande più frequenti riguardo a Baba sia quella sul perché del suo Silenzio. Quando iniziò il suo Silenzio, la sera del 10 luglio 1925, affermò che era dovuto all’enorme lavoro spirituale che aveva davanti a sé, segno di un aumento generale del caos e dei conflitti nel mondo. Negli anni successivi, Baba diede numerosi altri indizi e spiegazioni in merito al significato del suo Silenzio. Egli dichiarò più volte in maniera enigmatica che quando avrebbe rotto il suo Silenzio lo avrebbe fatto proferendo solo “Una Parola”.

Meher Baba ha precisato che il “proferimento della Parola” è in realtà un rilascio di immensa energia spirituale e di amore irresistibile, e che tutte le persone e le creature ne beneficeranno: “… poiché tutte le forme e le parole provengono da questo Suono Primordiale o Parola Originaria e ne sono continuamente connessi e ne traggono la vita, quando sarà da me proferita, Essa riecheggerà in tutte le persone e le creature, e tutti sapranno che ho rotto il mio Silenzio e proferito questo Suono o Parola.”
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New York, maggio 1932

Meher Baba ha affermato ripetutamente che avrebbe parlato solo quando la rottura del suo Silenzio avrebbe avuto il maggior impatto universale. Il suo lavoro, disse, “può essere paragonato alla raccolta e alla collocazione in un ammasso universale dei rifiuti che si sono accumulati nell’ignoranza dell’uomo nell’Illusione, che lo invischia nel falso e gli impedisce di realizzare la sua vera identità”. Egli ha sottolineato a più riprese che la questione di quando avrebbe proferito la Parola sarebbe interamente dipesa dal momento adatto secondo la sua prospettiva, poiché per la rottura del suo Silenzio avrebbe atteso il momento più opportuno per raggiungere l’effetto desiderato. Baba ha precisato che tale momento sarebbe coinciso con quello in cui guerra e distruzione avrebbero raggiunto l’apice nel mondo e l’umanità si sarebbe trovata al massimo della disperazione nel bisogno del rilascio di questa “marea di Verità”.
Meher Baba si è anche molto spesso riferito a un periodo insolito e difficile che avrebbe preceduto l’esperienza della rottura del suo Silenzio da parte dell’umanità. Ha parlato di un periodo di “umiliazione” prima della sua “Manifestazione” nel quale la fiducia e l’amore dei suoi seguaci sarebbero stati messi a dura prova e nel quale persino le sue parole sarebbero sembrate andare contro di lui. Egli ha più volte sottolineato che la sua Manifestazione come Avatar dell’Epoca sarebbe stata connessa con la rottura universale del suo Silenzio, e che questo momento non sarebbe giunto che all’apice di caos, confusione e conflitti nel mondo.

Una volta Baba ha anche affermato che la preparazione alla rottura del suo Silenzio avrebbe potuto portare alla perdita del suo corpo fisico.


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Mahabaleshwar, ottobre 1950


N
onostante il suo silenzio, Meher Baba ha comunicato moltissimo in maniera chiara. I suoi mezzi di comunicazione sono cambiati nel corso degli anni, ma sono stati soprattutto una tavola alfabetica e un sistema di gesti. La maggior parte dei messaggi e dei discorsi di Baba – su molti temi, dall’amore per Dio ai vari stati di coscienza e agli stadi del cammino spirituale – è stata principalmente dettata attraverso l’uso di una tavola alfabetica, lettera dopo lettera. Nel 1954, tuttavia, Baba abbandonò l’uso della tavola e da allora si affidò per tutte le comunicazioni verbali a un linguaggio personale di gesti unico nel suo genere.
Sebbene Meher Baba avesse viaggiato molto durante la sua vita e visitato l’Occidente in tredici differenti occasioni, fu solo quando parlò apertamente sul tema della ricerca di una coscienza allargata tramite droghe che cominciò a diventare più conosciuto in tutto il mondo occidentale. Poco dopo la prima apparizione del movimento psichedelico nella metà degli anni ’60, molti Americani chiesero il parere di Baba sulla validità delle esperienze con droghe, dalla marijuana a tutte le varietà delle cosiddette sostanze di “espansione della coscienza”. Le sue affermazioni al riguardo furono di una chiarezza disarmante:

Quanto alle religioni organizzate, con i loro logori rituali e cerimonie, Baba le paragona al guscio che avvolge il grano, l’involucro che ricopre il nucleo della vera spiritualità. “Quando la mente si esprime sotto forma di riti formali e cerimonie rigide, non è niente di più che un’eco vacua delle abitudini di incalcolabili generazioni compiuta automaticamente senza ‘cuore’.” In realtà, secondo Baba, Dio risponde solo all’amore. “Egli non ascolta il linguaggio della mente e le sue ripetitive meditazioni, concentrazioni o pensieri su Dio. Egli ascolta solo il linguaggio del cuore e il suo messaggio d’amore, che non ha bisogno di cerimonie o esibizione…”

Di conseguenza, Meher Baba non ha dato ai suoi seguaci nessun rituale o cerimonia, nessuna dieta o esercizio particolari, nessuna forma fissa di meditazione o pratica spirituale. Non ci sono “chiese” e non sono stati designati maestri o una gerarchia. Non ci sono tasse da pagare. La spiritualità, agli occhi di Baba, non è una questione di appartenenza ma una faccenda del cuore, una questione del grado secondo il quale si vive una vita onesta e amorevole. Per Baba, l’ateo dichiarato che compie il suo lavoro nel mondo con lealtà è molto più fortunato di colui che si definisce un religioso devoto ma che si sottrae alle proprie responsabilità quotidiane. “Il più grande peccato”, dice Meher Baba, “è l’ipocrisia”.


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Washington D.C., 1956

D
alla seconda metà degli anni ’20 fino alla fine della sua vita sulla terra, Meher Baba passò da una particolare fase di attività all’altra. La maggior parte degli anni ’30 fu caratterizzata da viaggi intorno al mondo. Durante quegli anni Baba si recò spesso in Inghilterra, in Europa e in America e stabilì i contatti con il suo primo stretto gruppo di discepoli occidentali lavorando nel contempo per condurre le persone di tutto il mondo verso la ricerca dell’esperienza della loro Realtà Infinita.

Verso la fine degli anni ’30 e praticamente per l’intero decennio successivo, Baba si occupò quasi esclusivamente del lavoro con i mast, anime spiritualmente avanzate che sono così ebbre della loro esperienza interiore di Dio da sembrare pazze. Nonostante l’apparenza e il comportamento esteriori di queste persone siano spesso insoliti, Baba le ha descritte come veri amanti di Dio, e ha lavorato duramente con alcuni dei suoi discepoli per contattarne centinaia – principalmente attraverso l’India e nelle regioni circostanti – e dare a ognuna di loro una spinta spirituale mentre coordinava simultaneamente le loro energie per il suo lavoro con l’umanità, “come tanti sottostazioni per la centrale elettrica”.
Il 16 ottobre 1949 vide l’inizio di una delle fasi più enigmatiche del lavoro di Meher Baba, i quasi due anni e mezzo della sua “Nuova Vita”. Con un distacco radicale non solo dalla sua vita precedente ma anche dalla normale routine di ogni maestro spirituale riconosciuto, Baba e venti compagni-discepoli scelti partirono per una vita di totale “assenza di speranza, assenza di aiuto e assenza di scopo”. Dopo aver rinunciato a ogni proprietà e a tutto fuorché ai vestiti e alle proprie cose indispensabili, tutti incluso Baba viaggiarono attraverso l’India completamente in incognito, senza denaro, elemosinando il cibo e seguendo le istruzioni di Baba spesso in condizioni di sforzo e fatica tremendi e vivendo in assoluta conformità alle “condizioni della Nuova Vita” che Baba aveva stabilito. Alla fine di questo periodo Baba dichiarò di aver completato il lavoro della Nuova Vita a sua totale soddisfazione. Attraverso di essa, i suoi discepoli furono iniziati al tipo di vita più duro, e allo stesso tempo più libero, che avessero mai potuto immaginare.

Baba concluse la fase “errante” della Nuova Vita nel 1952, quando si ristabilì a Meherazad, un posto isolato a quasi 15 chilometri dalla città di Ahmednagar. Situata vicino a “Seclusion Hill”, la collina sulla quale Baba si ritirava periodica-mente per svolgere quello che definiva “lavoro in isolamento”, svolto durante un periodo di stretto esilio dal mondo esteriore, Meherazad era stata fondata da Baba e da alcune discepole e discepoli residenti prima della Nuova Vita e da quel momento sarebbe diventata la dimora di Baba per il resto della sua vita sulla terra. Secondo le sue precedenti istruzioni, Meherabad – un piccolo insediamento a circa 24 chilometri di distanza che in precedenza era stato la sua residenza principale – sarebbe diventata la sede del Samadhi di Meher Baba, la sua Tomba, o la sua ultima dimora.
Non appena il suo lavoro finale in isolamento della Nuova Vita si concluse, Baba ricominciò un periodo di lunghi viaggi intorno al mondo e in India. Nell’aprile del 1952 ci fu il primo di tre ulteriori viaggi in Occidente e nel mese successivo, mentre attraversava gli Stati Uniti con un gruppo dei suoi discepoli, Baba si ferì gravemente in un incidente automobilistico vicino a Prague, in Oklahoma, situata vicino al centro del paese. L’incidente rispettò tristemente le criptiche precedenti dichiara-zioni di Baba riguardo a un “disastro personale” che gli sarebbe capitato. Aggiunse in seguito che era stato divinamente decretato che egli dovesse “versare il suo sangue” in America.
Un secondo incidente, altrettanto serio, ebbe luogo in India, circa quattro anni e mezzo più tardi, nel dicembre 1956, quando Baba stava viaggiando da Poona a Satara, nello stesso posto dove aveva precedentemente portato i suoi mandali uomini per una giornata di cricket (Baba aveva giocato alternativamente dalle due parti, portando il gioco a un risultato di assoluta parità). Nell’incidente in America, oltre a numerose altre ferite, Baba si ruppe la gamba sinistra, mentre nell’incidente in India si fratturò l’anca destra. Tuttavia, gli effetti devastanti di questi incidenti e la conseguente sofferenza che Baba sopportò in assoluto silenzio sembrarono solo aggiungere intensità al suo amore e mettere in rilievo la sua divina autorità. Appena due mesi dopo il secondo incidente automobilistico, Meher Baba dettò le seguenti parole ai discepoli stretti che erano con lui a quel tempo: “Baba si è rotto le sue ossa fisiche per rompere la spina dorsale dell’aspetto materiale della macchina del tempo (Kali Yuga), lasciando intatto il suo aspetto spirituale”.


P
rima del suo secondo incidente automobilistico, nel febbraio del 1954 in un remoto villaggio vicino ad Hamirpur nel nord dell’India, Meher Baba aveva infine confermato il segreto noto a molti della sua divinità e, durante il periodo caratterizzato dai suoi incidenti, decine di migliaia di persone furono attratte da lui come da una calamita. Ora, anche la moltitudine dei suoi “amanti” – la definizione di Baba per i suoi seguaci – sapeva ciò che i suoi discepoli stretti avevano sempre saputo: il signore dei loro cuori era in realtà il Signore dell’Universo, non un santo o mahatma, non un pir o yogi, non un “Amico di Dio” e nemmeno un Sadguru o Qutub, ma Dio Stesso in forma umana. Il grido di “Avatar Meher Baba ki Jai!” (“Alla vittoria del Dio-Uomo Meher Baba!”) si diffondeva letteral¬mente come un incendio nelle parti dell’India in cui egli viaggiava, e più di centomila persone erano accorse in un giorno per vederlo e avere il suo darshan (ossia la possibilità di essere in sua presenza).

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Ahmednagar, settembre 1954

Anche per l’Occidente questo fu un periodo particolare perché, in previsione dei viaggi di Meher Baba in America e in Australia negli anni ’50, i suoi seguaci fondarono dei centri in entrambi questi paesi – a Myrtle Beach, nella Carolina del Sud, e vicino a Woombye, nel Queensland – paesi che secondo Baba sarebbero diventati un giorno, con Meherabad, in India, e il suo Samadhi, luoghi di pellegrinaggio universali. Oltre a ciò, nel 1955 fu pubblicato God Speaks, il libro completo di Baba sugli stati di Dio, i piani di coscienza e gli stadi del cammino spiri¬tuale. In questo periodo Baba diede inoltre alcuni messaggi – “L’Altissimo tra gli Alti”, “La chiamata di Meher Baba” e “La Dichiarazione Finale – che contengono precise affermazioni riguardanti la sua Avatarità e il futuro dell’umanità in generale.

Con la sua “Dichiarazione Finale”, un messaggio che fa chiari riferimenti all’abbandono del suo corpo, Meher Baba provocò moti di profonda preoccupazione tra molti dei suoi seguaci. In risposta alle numerose lettere e ai molti telegrammi che arrivarono chiedendo il significato delle sue affermazioni riguardo alla sua morte fisica, Baba inviò una circolare di rassicurazione:
“Non c’è assolutamente alcuna ragione di preoccuparsi per nessuno di voi. La rottura delle relazioni esterne non significa la fine della connessione interna… È possibile stabilire il contatto interiore obbedendo agli ordini di Baba. Vi do tutta la mia benedizione affinché possiate rafforzare questo contatto interiore.” Ai suoi discepoli stretti Baba ripeté spesso che in ogni Avvento l’Avatar resta accessibile come se fosse fisicamente presente per almeno 100 anni (e un po’ più a lungo) dopo la sua morte fisica.

L’
ultima parte della vita di Meher Baba rappresentò ancora un’altra fase del suo Avvento. A parte alcuni raduni di massa con i suoi seguaci e pochissimi incontri individuali con persone nuove, Baba passò questi ultimi anni con i suoi discepoli residenti più stretti, in parziale isolamento. Contrariamente agli anni precedenti, egli non viaggiò quasi più e passò ore ogni giorno completamente indisturbato, intensamente assorto in quello che chiamava il suo “Lavoro Universale”. Giorno dopo giorno, per alcuni anni, Babà continuò questo lavoro spirituale interiore con sistematica regolarità, dando poche spiegazioni sul suo scopo ma sottolineando che era di primaria importanza per tutta l’umanità.

Col progredire del suo lavoro in isolamento, la salute di Baba continuava a peggiorare. Verso la fine del 1968 i suoi discepoli stretti cominciarono a preoccuparsi sempre di più, e pregarono Baba di non trascurare così la sua salute e di rallentare il suo lavoro. “Ciò significherebbe prorogare ancora la data della sua conclusione,” rispose Baba. “Se adesso permetto che ciò accada, il risultato sarebbe indefinitamente posticipato e portato in un’altra direzione!”

Baba continuò a lavorare senza sosta, e solo i suoi mandali più stretti furono testimoni dell’inimmaginabile sofferenza che accompagnò il suo lavoro. Infine, con grande sollievo dei suoi discepoli, Baba annunciò che il suo lavoro era stato completato al cento percento a sua soddisfazione e che i risultati di tale lavoro avreb¬bero cominciato a manifestarsi. Tuttavia, lo stato della sua salute si era ormai estremamente aggravato; Baba dichiarò infatti che l’enorme carico di lavoro del suo ultimo intenso isolamento aveva “distrutto” la sua salute. Quando i suoi discepoli stretti lo esortarono a sottoporsi a ulteriori esami medici, egli rifiutò con le seguenti parole: “Le mie condizioni non sono per niente dovute a motivi di salute; sono semplicemente la conseguenza dello sforzo del mio Lavoro”.
Nelle settimane seguenti, Baba accennò velatamente al fatto che avrebbe presto lasciato il suo corpo. Sebbene già in precedenza il lavoro di Baba aveva avuto gravi effetti sulla sua salute, questa volta egli dichiarò più di una volta: “È giunta la mia ora”. Mentre i suoi discepoli residenti erano sempre più turbati e abbattuti in seguito al peggioramento delle sue condizioni, Baba ricordava loro continuamente di rimanere allegri e di non preoccuparsi. Poco dopo mezzogiorno del 31 gennaio 1969, dopo aver ironizzato sulla quantità di medicine che gli erano state somministrate per la sua sconcertante malattia, Meher Baba lasciò il suo corpo.

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L
a dipartita di Meher Baba portò un capitolo finale al suo Avvento. Con la morte fisica del Dio-Uomo, le connessioni esterne con lui non sono più possibili, non per altri settecento anni, come Baba aveva spesso dichiarato, finché l’Avatar torna di nuovo.
Le connessioni esterne, tuttavia, non sono lo scopo dell’opera del Dio-Uomo; esse sono solo i mezzi attraverso i quali la mette in moto. Egli viene sulla terra come Uomo Perfetto per ravvivare l’esempio dei più alti ideali della vita umana, e per risvegliare l’umanità alla possibilità di stabilire connessioni interne con Dio, l’Amato Divino di ogni cuore.
Attraverso il Dio-Uomo, Dio viene per amare, servire e soffrire poiché, nella sua universalità illimitata, l’Avatar è il solo che può dare alla Creazione la spinta interiore necessaria per aggiustare il suo corso. Nella sua vita sulla terra, egli pone i semi dell’amore disinteressato là dove sono destinati a fiorire e a prosperare, e lascia il suo messaggio e il suo esempio. In questa epoca, un’abbondanza di informazioni senza precedenti sulla sua vita è una testimonianza profonda e avvincente di questa Realtà. La cosa più importante è che lascia la promessa della sua eterna presenza interiore e la possibilità di essere ancora più vicini a lui e infine di realizzarlo pensando a lui con amore e seguendo le linee guida che ha dato a tutti i cercatori e agli amanti di Dio in ogni parte del mondo.


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Guruprasad, Pune, 1965

“Io sono l’Amato Divino che vi ama
più di quanto potrete mai amare voi stessi.”

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“Scrivete queste parole nel vostro cuore:
Nulla è reale all’infuori di Dio.
Nulla ha importanza all’infuori dell’amore per Dio.”

Postfazione – E poi?
Se dopo aver letto questa breve presentazione di Meher Baba pensate che vorreste sapere di più su di lui, allora la Seconda Parte di questo libro è quello che ci vuole, in quanto contiene una selezione di discorsi e messaggi chiave che vi aiuteranno a conoscerlo meglio. Tuttavia, come detto nella Prefazione, questo libretto è in fondo un semplice “invito” a incontrare l’Avatar dell’Epoca, e per incontrarlo davvero sarà necessario accettare l’invito a conoscerlo meglio e ad andare fino in fondo.
Per “incontrare” veramente Meher Baba, dovrete cercare di trovarlo, non solo cercando informazioni che lo riguardano, ma trovandolo come egli realmente è. Potete cominciare leggendo di più su Meher Baba – moltissimi sono i libri che parlano di lui, senza contare quelli di cui egli stesso è l’autore – e vedendolo nella varietà di fotografie, video e film che hanno catturato preziosi momenti del suo Avvento. L’Avatar è stato molto compassionevole in questa epoca e ha lasciato dietro di sé una documentazione della sua vita e della sua opera senza precedenti: una crescente lista di centinaia di libri, migliaia di fotografie e innumerevoli video e DVD che lo mostrano all’opera. Inoltre, in queste prime fasi del suo Avvento sono già state effettuate moltissime registrazioni, con album, cassette e CD che propongono canzoni e musica per celebrare il ritorno dell’Antico.
Tutto questo materiale è disponibile nelle librerie oppure su siti online, nonché tramite vari gruppi e centri in tutto il mondo dedicati all’Avatar Meher Baba. Alcune di queste fonti sono elencate alla fine di questo libro, ma moltissime altre possono essere trovare tramite questi contatti o cercando “Meher Baba” in rete. Molti dei suoi libri si trovano online sul sito dell’Avatar Meher Baba Trust, mentre la biografia di Meher Baba – 20 volumi e più di 6000 pagine – può essere letta online sul sito Lord Meher.
Molti gruppi e centri in tutto il mondo organizzano incontri regolari e vari eventi che includono tra le altre cose discussioni, film e musica. Che desideriate partecipare a questi incontri o trovare da soli la vostra strada verso Meher Baba, non ci sono requisiti tranne un cuore aperto, e non ci sono spese tranne il prezzo di perdere il vostro sé limitato. Sebbene alcuni gruppi possano richiedere un’iscrizione e alcuni trust e organizzazioni senza scopo di lucro debbano necessariamente avere funzionari e dirigenti, non c’è nessuna burocrazia per chi voglia avvicinarsi, conoscere o seguire Meher Baba. Essendo l’Amato Eterno, è direttamente accessibile a ogni cercatore attraverso il cuore, che egli ha definito il suo vero tempio. Meher Baba ha inoltre dichia-rato che durante i circa cento anni successivi all’abbandono del suo corpo fisico resterà “come se fosse fisicamente presente” – un segreto noto a molti che riguarda l’Avvento dell’Avatar – permettendo così di sviluppare un rapporto interiore intimo e personale con l’Uomo-Dio senza bisogno di intermediari.
Poiché l’amore porta a una familiarità sempre più profonda con l’Amato, se sviluppate interesse per Meher Baba è probabile che vogliate visitare alcuni dei posti connessi con la sua vita e la sua opera. Meher Baba fondò tre luoghi principali di pellegrinaggio durante la sua vita, il più importante dei quali è Meherabad, vicino ad Ahmednagar in India, dove si trova il suo Samadhi, o “Tomba”. Se si desidera visitare il luogo si può contattare il sito dell’Avatar Meher Baba Trust indicato alla fine di questo libro. Anche il Meher Spiritual Center a Myrtle Beach nella Carolina del Sud e l’Avatar’s Abode vicino a Brisbane in Australia offrono alloggio ai visitatori per periodi di varia durata. Sui siti online di questi luoghi si trovano dettagli e informazioni per program-mare una visita.
Per finire, “E poi?” è una domanda a cui solo il vostro cuore può rispondere. Con questa presentazione avete ricevuto il vostro “invito”. Ora sta a voi decidere se cogliere questa opportunità di conoscere il Dio-Uomo e infine di trovarlo – non nei libri, nelle chiese o nei templi ma dentro di voi – come egli è realmente, il Signore dell’Amore, l’Amato Divino adorato in una Forma o nell’altra dagli amanti di Dio, eternamente vivo in ogni cuore.

SECONDA PARTE

Messaggi e Discorsi selezionati
di
Avatar Meher Baba

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Guruprasad, Pune, 1957

“Voi e Io non siamo noi, ma Uno.”

Il Messaggio Universale
di Meher Baba
Sono venuto non per insegnare, ma per risvegliare. Compren-dete, allora, che non sancisco precetti.
Attraverso l’eternità ho sancito principi e precetti, ma l’umanità li ha ignorati. L’inabilità dell’uomo di vivere secondo le parole di Dio ha trasformato l’insegnamento dell’Avatar in una farsa. Invece di mettere in pratica la compassione che Egli ha inse-gnato, l’uomo ha indetto crociate in Suo nome. Invece di vivere l’umiltà, la purezza e la verità delle Sue parole, l’uomo ha ceduto all’odio, all’avidità e alla violenza.
È perché l’uomo è rimasto sordo ai principi e ai precetti sanciti da Dio nel passato che in questo avvento avatarico osservo Silenzio. Avete chiesto parole e ne avete ricevute a sufficienza – ora è il momento di viverle. Per avvicinarvi sempre di più a Dio dovete allontanarvi sempre di più da concetti come “io”, “me” e “mio”. Non dovete rinunciare ad altro che a voi stessi. È così semplice, eppure ritenuto quasi impossibile. È possibile per voi rinunciare al vostro Io limitato tramite la Mia Grazia. Sono venuto per concedere questa Grazia.
Ripeto, non sancisco precetti. Quando divulgherò l’ondata di Verità che sono venuto a portare, la vita quotidiana degli uomini sarà un precetto vivente. Le parole che non ho detto prende-ranno vita in loro.
Mi celo all’uomo tramite la sua stessa cortina di ignoranza e manifesto la mia Gloria a pochi. Il mio avvento avatarico attuale è l’ultima Incarnazione di questo ciclo di ere, perciò la mia Manifestazione sarà la più grande. Quando romperò il mio Silenzio, l’impatto del mio Amore sarà universale e tutta la vita nel creato ne verrà a conoscenza, lo sentirà e lo riceverà. Aiuterò ogni individuo a liberarsi, a suo modo, dalla sua schiavitù. Io sono l’Amato Divino che vi ama più di quanto voi potrete mai amare voi stessi. La rottura del mio Silenzio vi aiuterà ad aiutare voi stessi a conoscere il vostro vero Io.
Tutta questa confusione e il caos nel mondo erano inevitabili, e nessuno deve esserne biasimato. Quello che doveva avvenire è avvenuto; e quello che dovrà avvenire avverrà. Non c’era e non c’è altra via d’uscita che la Mia venuta tra voi. Dovevo venire, e sono venuto. Io sono l’Antico.

L’Avatar
Consciamente o inconsciamente, ogni creatura vivente cerca una cosa sola. Nelle forme di vita inferiore e negli esseri umani meno evoluti la ricerca è inconsapevole; negli esseri umani progrediti è consapevole. L’oggetto della ricerca viene chiamato in molti modi: felicità, pace, libertà, verità, amore, perfezione, realizzazione di Sé, realizzazione di Dio, unione con Dio. È essenzialmente una ricerca di tutte queste cose, ma in un modo speciale. Tutti hanno dei momenti di felicità, scorci di verità, esperienze fuggevoli di unione con Dio, e quello che vogliono è farli diventare permanenti. Vogliono stabilire una realtà duratura in mezzo al cambiamento costante.
Questo è un desiderio naturale, basato fondamentalmente su un ricordo – offuscato oppure limpido a seconda del grado di evoluzione dell’anima – della sua unione essenziale con Dio. Ogni cosa vivente è infatti una parziale manifestazione di Dio, condizionata soltanto dalla mancata conoscenza della propria vera natura. L’intera evoluzione, infatti, è un’evoluzione dalla divinità inconsapevole alla divinità consapevole, nella quale Dio Stesso, essenzialmente eterno e immutabile, assume un’infinita varietà di forme, gode di un’infinita varietà di esperienze e trascende un’infinita varietà di limitazioni autoimposte. Dal punto di vista del Creatore l’evoluzione è un gioco divino, nel quale l’Incondizionato mette alla prova l’infinità della sua conoscenza, del suo potere e della sua beatitudine assoluti in ogni tipo di condizione. Ma l’evoluzione dal punto di vista della creatura, con la sua conoscenza limitata, il suo potere limitato e la sua limitata capacità di godere la beatitudine, è un’epopea in cui si alternano riposo e fatica, gioia e dolore, amore e odio finché, nell’uomo divenuto perfetto, Dio equilibra i poli opposti e la dualità è trascesa.
Allora creatura e Creatore si riconoscono come uno; l’immutabilità è stabilita in mezzo al cambiamento; l’eternità è sperimentata in mezzo al tempo. Dio Si conosce come Dio, immutabile nell’essenza, infinito nella manifestazione, con l’esperienza continua della beatitudine suprema della realizza-zione di Sé in una sempre nuova consapevolezza di Sé stesso tramite Sé stesso. Questa Realizzazione deve avvenire e avviene solo nella vita, perché è solo nella vita che si può sperimentare la limitazione e trascenderla, e che si può godere la successiva liberazione da essa. Questa libertà dalla limitazione assume tre forme.
La maggior parte delle anime realizzate in Dio lasciano il corpo subito e per sempre, e rimangono eternamente fuse nell’aspetto non manifesto di Dio. Sono coscienti unicamente della beatitudine dell’Unione. La creazione non esiste più per loro. La continua successione di nascite e morti è conclusa. Questo è noto come Moksha (Mukti comune), o Liberazione.
Alcune anime realizzate in Dio mantengono il corpo per un certo tempo, ma la loro coscienza è completamente immersa nell’aspetto non manifesto di Dio e non sono quindi coscienti né del loro corpo né della Creazione. Esse sperimentano continua-mente la beatitudine, il potere e la conoscenza infiniti di Dio, ma non possono usarli coscientemente nella creazione o aiutare altri a ottenere la Liberazione. Tuttavia, la loro presenza sulla terra è come un punto focale per la concentrazione e l’irradiazione del potere, della conoscenza e della beatitudine infiniti di Dio; e chi si avvicina a loro, li serve e li onora trae beneficio spirituale dal contatto. Queste anime sono chiamate Majzoob-e-Kamil, e questo particolare tipo di Liberazione è chiamato Videh Mukti, o liberazione con il corpo.
Poche anime realizzate in Dio mantengono il corpo, ma sono coscienti di essere Dio in entrambi i Suoi aspetti, manifesto e non manifesto. Esse sanno di essere sia l’immutabile Essenza divina, sia le sue infinitamente varie manifestazioni. Sperimen-tano sé stesse come Dio fuori dalla Creazione, come Dio il Creatore, il Preservatore e il Distruttore di tutta la Creazione, e come Dio che ha accettato e trasceso i limiti della Creazione. Queste anime sperimentano costantemente la pace assoluta e la conoscenza, il potere e la beatitudine infiniti di Dio. Esse godono pienamente il gioco divino della Creazione. Sanno di essere Dio in ogni cosa, e sono quindi in grado di aiutare spiritualmente ogni cosa e così di aiutare altre anime a realizzare Dio, sia come Mayzoob-e-Kamil, Paramhansa, Jivanmukta, o persino Sadguru come esse stesse sono chiamate.
Ci sono sempre cinquantasei anime realizzate in Dio nel mondo. La loro coscienza è sempre una, ma le loro funzioni sono sempre diverse. La maggior parte di esse vivono e lavorano lontano dal pubblico e sono sconosciute, ma cinque, che agiscono in un certo senso da corpo direttivo, lavorano sempre in pubblico e raggiungono notorietà e importanza pubblica. Sono note come Sadguru, o Maestri Perfetti. In epoche avatariche l’Avatar, quale Supremo Sadguru, prende il Suo posto a capo di questo corpo e dell’intera gerarchia spirituale.
I periodi avatarici sono come la primavera della creazione. Portano un nuovo flusso di potere, un nuovo risveglio della coscienza, una nuova esperienza di vita – non soltanto per pochi, ma per tutti. Qualità di energia e consapevolezza che erano a uso e godimento di solo poche anime progredite diventano accessi-bili a tutta l’umanità. La vita, nella sua totalità, è spinta a un livello più alto di coscienza e adattata a un nuovo grado di energia. La transizione dalla sensazione alla ragione è stata uno di questi passi; la transizione dalla ragione all’intuizione sarà un altro.
Questo nuovo afflusso dell’impulso creativo si manifesta, per mezzo di una personalità divina, in un’incarnazione di Dio in un senso speciale: l’Avatar. L’Avatar è stato la prima anima individuale a emergere dal processo evolutivo e involutivo come Sadguru, ed Egli è l’unico Avatar che si sia mai manifestato e che mai si manifesterà. Attraverso di Lui Dio ha completato per la prima volta il cammino dalla divinità inconsapevole alla divinità consapevole, ed è diventato dapprima inconsapevolmente uomo per diventare consapevolmente Dio. Attraverso di Lui, periodi-ca¬mente, Dio diventa consapevolmente uomo per la liberazione dell’umanità.
L’Avatar appare in forme diverse, sotto nomi diversi, in tempi diversi, in diverse parti del mondo. Poiché la sua comparsa coincide sempre con la rigenerazione spirituale dell’uomo, il periodo immediatamente precedente la Sua manifestazione è sempre uno in cui l’umanità soffre i dolori della rinascita imminente. L’uomo sembra più che mai schiavo del desiderio, più che mai spinto dall’avidità, trattenuto dalla paura, travolto dalla collera. Il forte domina il debole; il ricco opprime il povero; grandi masse di persone sono sfruttate a beneficio dei pochi che sono al potere. L’individuo, che non trova pace o riposo, cerca di dimenticare sé stesso nell’eccitazione. Cresce l’immoralità, il crimine prospera, la religione è messa in ridicolo. La corruzione si propaga in tutto l’ordine sociale. Gli odi nazionalistici e di classe sono risvegliati e fomentati. Scoppiano le guerre. L’umanità si dispera. Sembra impossibile arginare la marea di distruzione.
In questo momento l’Avatar appare. Essendo la manifesta-zione totale di Dio in forma umana, Egli è come un parametro secondo il quale l’uomo può misurare cos’è e cosa può diventare. Egli aggiusta le norme dei valori umani interpretan-doli nei termini di una vita divinamente umana.
Egli si interessa a tutto ma non si preoccupa di nulla. La più piccola disavventura può suscitare la Sua compassione; la più grande tragedia non lo turberà. Egli è al di là delle alter-nanze di dolore e piacere, desiderio e appagamento, riposo e fatica, vita e morte. Per Lui queste sono tutte illusioni che Egli ha trasceso, ma dalle quali altri sono vincolati, e dalle quali Egli è venuto per liberarli. Egli usa ogni circostanza come un mezzo per condurre gli altri verso la Realizzazione.
Egli sa che gli individui non smettono di esistere quando muoiono e non si preoccupa quindi della morte. Sa che la distruzione deve precedere la costruzione, che dalla sofferenza nascono pace e felicità, che dallo sforzo scaturisce la libertà dai vincoli dell’azione. Egli si preoccupa solo della preoccupazione.
In coloro che entrano in contatto con Lui, Egli risveglia un amore che consuma tutti i desideri egoistici nella fiamma dell’unico desiderio di servirlo. Coloro che consacrano la propria vita a Lui identificano gradualmente la propria coscienza con la Sua. A poco a poco la loro umanità è assorbita nella Sua divinità, e diventano liberi. I più vicini a Lui sono conosciuti come il Suo Cerchio.
Ogni Sadguru ha un Cerchio intimo di dodici discepoli che, al momento della Realizzazione, diventano uguali al Sadguru stesso, sebbene possano essere diversi da Lui in quanto a funzione e autorità. Nei periodi avatarici, l’Avatar ha un Cerchio di dieci Cerchi concentrici con un totale di 122 discepoli che ottengono tutti la Realizzazione e lavorano per la Liberazione degli altri. Il lavoro dell’Avatar e dei Suoi discepoli non è solo per l’umanità contemporanea, ma anche per la posterità. Il decorso della vita e lo sviluppo della coscienza durante tutto il ciclo avatarico, che erano stati tracciati nel mondo creativo prima che l’Avatar prendesse forma, sono avvalorati e fissati nel mondo formativo e nel mondo materiale durante la vita dell’Avatar sulla terra.
L’Avatar risveglia l’umanità contemporanea alla realizzazione della propria vera natura spirituale, dà la Liberazione a coloro che sono pronti e ravviva la vita dello spirito nel Suo tempo. Alla posterità rimane il potere stimolante del Suo esempio divinamente umano: la nobiltà di una vita supremamente vissuta, un amore privo di desiderio, un potere usato esclusivamente per gli altri, una pace non turbata dall’ambizione, una conoscenza non offuscata dall’illusione. Egli ha dimostrato la possibilità di una vita divina per tutta l’umanità, una vita celeste sulla terra. Coloro che hanno il coraggio e l’integrità necessari possono seguire questo cammino quando vogliono.
Coloro che sono spiritualmente risvegliati sanno già da qualche tempo che in questo momento il mondo sta attraver-sando un periodo come quello che precede sempre le manifestazioni dell’Avatar. Persino uomini e donne non risvegliati cominciano ora ad accorgersene. Dalla loro oscurità tendono verso la luce; nel loro dolore desiderano conforto; nel mezzo della lotta nella quale si sono trovati immersi pregano per la pace e la salvezza.
Per il momento devono essere pazienti. L’onda di distru-zione deve sollevarsi ancora più alta, deve allargarsi ancora di più. Ma quando, dal profondo del suo cuore, l’uomo desidererà qualcosa di più duraturo della ricchezza e di più reale del potere materiale, l’onda si ritrarrà. Allora la pace verrà, la gioia verrà, la luce verrà.
La rottura del mio silenzio – il segnale della mia manifesta-zione pubblica – non è lontana. Io porto il tesoro più grande che l’uomo possa ricevere – un tesoro che contiene tutti gli altri tesori, che durerà per sempre, che cresce quando lo si divide con gli altri. Siate pronti a riceverlo.

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Blue Bus Tour, Rajasthan, 1957

La Nuova Umanità
Come in tutti i periodi di grande crisi della storia umana, l’umanità sta ora attraversando il lacerante travaglio della rinascita spirituale. Grandi forze distruttive sono in atto e sembrano al momento dominanti, ma vengono anche liberate, attraverso diversi canali, forze costruttive e creative che redimeranno l’umanità. Sebbene l’opera di queste forze di luce sia prevalentemente silenziosa, alla fine esse riusciranno ad attuare quelle trasformazioni che renderanno sicuro e costante l’ulteriore avanzamento spirituale dell’umanità. Tutto ciò fa parte del piano divino di dare al mondo affamato e stanco un nuovo apporto dell’eterna e unica Verità.

Il problema urgente che l’umanità si trova attualmente ad affrontare è quello di trovare i modi e i mezzi per eliminare competizioni, conflitti e rivalità in tutte le forme sottili e grossolane che essi assumono nelle diverse sfere della vita. Le guerre militari sono ovviamente le fonti di caos e di distruzione più evidenti. Tuttavia, le guerre non costituiscono di per sé il problema centrale per l’umanità, ma sono piuttosto i sintomi esterni di qualcosa di più grave alla radice. Le guerre e la sofferenza che portano non possono essere evitate completa-mente con una semplice propaganda pacifista; per farle scomparire dalla storia dell’uomo sarà necessario combattere la causa che è alla loro radice. Anche quando non sono in atto guerre militari, ci sono individui o gruppi che sono costante-mente impegnati in conflitti economici o di altra natura sottile. I conflitti militari, con tutta la crudeltà che comportano, scoppiano soltanto quando queste cause di fondo si aggravano.

La causa del caos che degenera in guerre è che la maggior parte delle persone sono strette in una morsa di egoismo e di considera¬zioni egoistiche che esprimono sia individualmente sia collettiva¬mente. Questa è la vita dei valori illusori nei quali l’uomo è imprigionato. Affrontare la verità significa compren-dere che la vita è una, nelle sue molteplici manifestazioni e attraverso di esse. Capire questo significa dimenticare il sé limitante nella percezione dell’unità della vita.
Con la nascita di una vera compren¬sione, il problema delle guerre scompa¬ri¬rebbe immediata¬mente. Biso¬gna arri¬vare a vedere in modo così chiaro che le guerre sono inutili e irragione-voli che il problema immediato non sarebbe più quello di come fermarle, ma di come combattere spiritualmente l’atteggiamento mentale responsabile di uno stato di cose così crudele e doloroso. Alla luce della verità dell’unità di tutte le forme di vita, diventa naturale e inevitabile agire in maniera armoniosa e cooperativa. Il compito principale di coloro che hanno a cuore la riedifica-zione dell’umanità è quindi di fare il possibile per di¬sper¬dere l’ignoranza spirituale che avvolge l’umanità.

Le guerre non nascono unicamente per assicurare un equilibrio mate¬riale. Esse sono spesso il prodotto di un’identificazione acritica con inte¬ressi ristretti che per associazione vengono incorporati in quella parte del mondo che si considera “propria”. La ricerca di un equilibro materiale non è che una parte del problema più ampio del raggiungimento di un equilibrio spirituale. L’equilibrio spirituale richiede l’eliminazione del sé, non solo dagli aspetti materiali della vita, ma anche da quelle sfere che toccano la vita intellettuale, emotiva e culturale dell’uomo.

Considerare il problema dell’umanità un semplice pro¬blema di sostentamento significa ridurre l’umanità al livello di animalità. Ma anche quando l’uomo si pone il compito limitato di assicurare un equilibrio puramente materiale, può riuscirci solo se possiede una comprensione spirituale. L’equilibrio economico è possibile solo se le persone si rendono conto che non ci può essere un’azione pianificata e cooperativa in ambito economico finché l’interesse personale non cede all’amore come dono di sé. Altrimenti, pur con i migliori apparati e la massima efficienza nelle sfere materiali, l’umanità non potrà evitare conflitti e carenze.

La Nuova Umanità che emerge dal travaglio della lotta e della sofferenza attuali non ignorerà la scienza o le sue conquiste pratiche. È un errore considerare la scienza antispirituale. La scienza è un aiuto oppure un ostacolo alla spiritualità a seconda dell’uso che ne viene fatto. Come la vera arte esprime spiritualità, così la scienza, quando è usata correttamente, può essere l’espressione e il compimento dello spirito. Le verità scientifiche riguardanti il corpo fisico e la sua vita nel mondo grossolano possono diventare per l’anima dei mezzi per conoscere sé stessa; per servire a questo scopo devono però essere correttamente inserite in una comprensione spirituale più vasta. Ciò presuppone una percezione salda dei valori veri e duraturi. In mancanza di una simile comprensione spirituale, verità e conquiste scientifiche rischiano di venir usate per la reciproca distruzione e per una vita che tenderà a rafforzare la schiavitù dello spirito. L’umanità potrà progredire in tutte le direzioni solo se scienza e religione avanzano tenendosi per mano.

La futura civiltà della Nuova Umanità sarà animata non da aride dottrine intellettuali, ma dall’esperienza spirituale vivente. L’esperienza spirituale si regge sulle verità più profonde che sono inaccessibili al semplice intelletto; essa non può nascere dal solo intelletto. La verità spirituale può spesso essere formu¬lata ed espressa mediante l’intelletto, ed esso è sicuramente d’aiuto per la comunicazione dell’esperienza spirituale. Ma da solo l’intelletto non basta per consentire all’uomo di avere l’esperienza spirituale o di comunicarla ad altri. Se due persone hanno sofferto di emicrania, possono esaminare insieme la loro esperienza comune e descriversela facendo uso dell’intelletto. Ma se una persona non ha mai avuto un’emicrania, nessuna spiegazione intellettuale basterà mai a farle capire cos’è. La spiegazione intellettuale non può mai sostituire l’esperienza spirituale; può tutt’al più prepararle il terreno.

L’esperienza spirituale im¬plica più di quanto il solo intelletto possa afferrare. E questo viene spesso enfatiz¬zato parlando di esperienza mistica. Il misticismo è frequente¬mente considerato come qualcosa di anti-intellettuale, oscuro e confuso, oppure poco pratico e scollegato dall’esperienza. In effetti, il vero misticismo non è nulla di tutto questo. Non c’è niente di irrazionale nel vero misticismo quando è, come dovrebbe essere, una visione della Realtà. È una forma di percezione assolutamente limpida, ed è così pratica che può essere vissuta in ogni momento della vita ed espressa nelle attività quotidiane. Il suo legame con l’esperienza è così profondo che, in un certo senso, è la comprensione definitiva di tutta l’esperienza.
Quando l’esperienza spirituale è descritta come mistica, non si deve dedurre che sia qualcosa di soprannaturale o completa-mente oltre la portata della coscienza umana. Significa unicamente che non è accessibile all’intelletto umano limitato finché esso non trascende i propri limiti ed è illuminato dalla realizzazione diretta dell’Infinito. Gesù Cristo indicò la via dell’esperienza spirituale quando disse: “Lascia tutto e seguimi”. Questo significa che l’uomo deve abbandonare ciò che lo limita e stabilirsi nella vita infinita di Dio. Una vera esperienza spirituale comporta non soltanto la realizzazione della natura dell’anima mentre attraversa i piani più elevati di coscienza, ma anche un giusto atteggiamento verso i doveri terreni. Se perde contatto con le diverse fasi della vita, si ha allora una reazione nevrotica che è ben lontana dall’essere un’esperienza spirituale.

L’esperienza spirituale che ridarà vita ed energia alla Nuova Umanità non può essere una reazione alle rigide e inflessibili esigenze imposte dalle realtà della vita. Quelli che non riescono ad adattarsi al flusso della vita tendono a ritrarsi dalle sue realtà e a cercare rifugio e protezione creandosi una roccaforte di illusioni. Una simile reazione è un tentativo di perpetuare la propria esistenza separata proteggen¬dola dalle esigenze della vita. Essa non può fornire che una pseudo-soluzione ai problemi della vita procurando un falso senso di sicurezza e di completezza personale. Non è nemmeno un progresso verso la soluzione reale e duratura; è piuttosto una deviazione dal vero cammino spirituale. L’uomo verrà ripetuta¬mente scacciato dai propri rifugi illusori da nuove e irresistibili ondate di vita, e attirerà su di sé nuove forme di sofferenza nel tentativo di proteggere la propria esistenza separativa con la fuga.

Così come si può cercare di aggrap¬parsi alla propria esperienza separa¬tiva con la fuga, si può anche tentare di trattenerla attraverso un’identificazione acritica con forme, cerimonie e rituali, o con tradizioni e convenzioni. Forme, ceri¬mo¬nie e rituali, tradizioni e convenzioni sono per lo più d’intralcio al libero corso della vita infinita. Se fossero dei docili strumenti per l’espressione della vita illimitata, sarebbero una risorsa piuttosto che un ostacolo nell’assicurare il compimento della vita divina sulla terra. Essi tendono invece principalmente a raccogliere prestigio e affermazioni per sé stessi, indipendente¬mente dalla vita che potrebbero esprimere. Quando ciò accade, ogni attaccamento a essi porta infine a una drastica riduzione e restrizione della vita.
La Nuova Umanità sarà liberata da una vita di limitazioni e darà così libero spazio alla vita creativa dello spirito; romperà inoltre l’attaccamento a forme esteriori e imparerà a subordinarle alle esigenze dello spirito. La vita limitata delle illusioni e dei falsi valori sarà allora sostituita dalla vita illimitata nella Verità, e le limitazioni attraverso le quali il sé separativo vive svaniranno al contatto con la vera comprensione.

Come si può tentare di ag¬grap¬parsi alla propria esi¬stenza separativa con la fuga o l’identificazione con forme esterne, si può anche cercare di trattenerla identificandosi con una classe, un credo, una setta o una religione ristretti, oppure con le divisioni basate sul sesso. In questo caso può sembrare che la persona abbia perso la propria esistenza separativa identificandosi con un tutto più ampio. In realtà, sta spesso esprimendo la propria esistenza separativa attraverso una simile identificazione, che le permette di compiacersi nel sentirsi separata da altri che appartengono a una classe, nazionalità, credo, setta, religione o sesso diversi.

L’esistenza separativa trae vita e forza dall’identificazione con uno degli opposti e dalla contrappo¬sizione agli altri. Un individuo può cercare di proteggere la propria esistenza separata attra¬verso l’identificazione con un’ideologia piuttosto che con un’altra, oppure con la propria concezione del bene opposta alla sua idea del male. Il risultato dell’identificazione con gruppi ristretti o con ideali limitati non è una vera fusione del sé separativo, ma solo un’apparenza. La vera fusione del sé limitato nell’oceano della vita universale implica la resa totale dell’esi¬stenza separativa in tutte le sue forme.

La maggior parte dell’umanità è in balia di tendenze separative e dogmatiche. Chi è sopraffatto dal¬lo spettacolo di questa umanità incatenata è destinato ad andare incontro a un futuro di totale disperazione. È necessario analizzare più a fondo le realtà del momento per avere una giusta prospettiva dell’attuale sofferenza dell’umanità. Le reali possibilità della Nuova Umanità restano celate a coloro che guardano soltanto alla superficie della situazione mondiale, ma esse esistono e hanno solo bisogno della scintilla della compren¬sione spirituale per entrare completamente in azione e diventare efficaci. Le forze della lussuria, dell’odio e dell’avidità causano sofferenze e caos incalcolabili. Tuttavia, la caratteristica che redime la natura umana è che anche nel pieno delle forze distruttive esiste invariabilmente qualche forma di amore.

Persino le guerre richiedono un’azione collaborativa, ma la por-tata di questa cooperazione è limitata artificialmente dall’identi-fi¬ca¬zione con un gruppo o un ideale limitato. Le guerre sono spesso alimentate da una forma di amore, anche se si tratta di un amore che non è stato compreso correttamente. Perché l’amore sia veramente amore, dev’essere incondizionato e illimitato. L’amore esiste in tutte le fasi della vita umana, ma è latente oppure limitato e avvelenato da ambizione personale, orgoglio razziale, fedeltà e rivalità meschine, e attaccamento a sesso, nazionalità, setta, casta o religione. Affinché l’umanità possa risorgere, è necessario che il cuore dell’uomo si schiuda perché vi nasca un amore nuovo – un amore che non conosce corru-zione ed è completamente libero dall’avidità individuale o collettiva.

La Nuova Umanità nascerà grazie a un’effusione di amore di smisurata abbon¬danza, e questo effluvio d’amore sarà possibile grazie al risveglio spirituale portato dai Maestri Perfetti. L’amore non può nascere dalla sola determina¬zione; esercitando la volontà si può tutt’al più diventare coscien¬ziosi. Con fatica e sforzo, si può riuscire a conformare la propria azione esteriore al proprio concetto di ciò che è giusto, ma questa azione è spiritualmente sterile perché priva della bellezza interiore dell’amore spontaneo.
L’amore deve scaturire spontaneamente dal di dentro; non lo si può assolutamente assoggettare ad alcuna forma di forza interiore o esteriore. Amore e coercizione sono inconciliabili, ma se l’amore non può essere imposto a nessuno, può essere risve-gliato dall’amore stesso. L’amore è essenzialmente conta¬gioso; chi non ne ha lo prende da chi lo ha. Chi riceve amore da altri non può prenderlo senza dare una risposta che sia della stessa natura. L’amore vero è invincibile e irresistibile. Si rafforza e si espande fino a trasformare tutti quelli che tocca. L’umanità raggiungerà un nuovo modo di essere e di vivere grazie a uno scambio libero e senza ostacoli di amore puro da cuore a cuore.

Quando si riconoscerà che non esistono esigenze più grandi di quelle della Vita Divina univer¬sale − che, senza ecce¬zioni, include tutti e tutto − l’amore non solo instaurerà pace, armonia e felicità nelle sfere sociali, nazionali e internazionali, ma splenderà anche in tutta la sua purezza e bellezza. L’amore divino è immune agli attacchi della dualità ed è un’espressione della divinità stessa. È attraverso l’amore divino che la Nuova Umanità entrerà in sintonia con il piano divino. L’amore divino non solo introdurrà dolcezza imperitura e beatitudine infinita nella vita personale, ma renderà anche possibile un’era di Nuova Umanità. Grazie all’amore divino, la Nuova Umanità apprenderà l’arte di una vita cooperativa e armoniosa. Essa si libererà dalla tirannia delle forme morte e diffonderà la vita creativa della saggezza spiri¬tuale; abbandonerà tutte le illusioni e si consoliderà nella Verità; conoscerà pace e felicità duratura; sarà iniziata alla vita dell’Eternità.

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Jabalpur, dicembre 1938

L’inizio e la fine della Creazione
Fintanto che la mente umana non ha l’esperienza diretta della Realtà finale così com’è, cercherà invano di spiegare l’origine e lo scopo della Creazione. Il lontano passato sembra avvolto in un velo di mistero imperscrutabile e il futuro appare come un libro completamente sigillato. La mente umana può fare tutt’al più delle brillanti congetture sul passato e sul futuro dell’universo perché è prigioniera dell’incanto di Maya. Non può giungere a una conoscenza definitiva di queste cose e nemmeno può accontentarsi dell’ignoranza al loro riguardo. “Da dove?” e “Verso dove?” sono i due perenni e cocenti interroga¬tivi che rendono la mente umana divinamente irrequieta.

Nella sua ricerca sulle origini del mondo, la mente umana non può rassegnarsi né a un regresso all’infinito né a un incessante cambiamento senza scopo. L’evoluzione è inintelligibile se non ha una causa iniziale, ed è priva di qualsiasi direzione e significato se tutto non conduce a un punto di arrivo. Le questioni stesse “Da dove?” e “Verso dove?” presuppongono l’inizio e la fine di questa creazione che si evolve. L’inizio dell’evoluzione è l’inizio del tempo, e la fine dell’evoluzione è la fine del tempo. L’evoluzione ha un inizio e una fine perché il tempo ha un inizio e una fine.

Tra l’inizio e la fine di questo mondo mutevole ci sono molti cicli, ma in questi cicli e attraverso di essi c’è una continuità di evoluzione cosmica. La vera fine del processo di evoluzione si chiama Mahapralaya, o il grande annientamento del mondo, quando il mondo diventa ciò che era all’inizio, ossia Nulla. Il Mahapralaya del mondo può essere paragonato al sonno di una persona. Così come il mondo variegato dell’esperienza sparisce completamente per l’individuo che è profondamente addormen-tato, l’intero cosmo oggettivo, che è la creazione di Maya, svanisce nel nulla al momento di Mahapralaya. È come se l’universo non fosse mai esistito.

Anche durante il periodo evolutivo l’universo in sé non è altro che immaginazione. C’è infatti solo un’unica Realtà, indivisibile ed eterna, ed essa non ha né inizio né fine. È al di là del tempo. Dal punto di vista di questa Realtà senza tempo, l’intero processo temporale è puramente immaginario. E i miliardi di anni che sono passati e i miliardi di anni che passe¬ranno non hanno nemmeno il valore di un secondo. È come se non fossero mai esistiti.
Non si può così dire che il multiforme universo in evoluzione derivi veramente da quest’unica Realtà. Se così fosse, la Realtà sarebbe un termine relativo oppure un essere composito, il che non è. L’unica Realtà è assoluta.

L’unica Realtà comprende in sé tutta l’esi¬stenza. È Tutto, ma Nulla è la sua om¬bra. L’idea di un’esistenza onni¬comprensiva implica che non lasci nulla al di fuori del proprio essere. Quando analizzate l’idea di essere, arrivate implicita¬mente all’idea di ciò che non esiste. Questa idea di non esistenza, o Nulla, vi aiuta a definire chiaramente la vostra nozione di essere. L’aspetto complementare di Essere è così Non Essere o Nulla. Ma non si può considerare il Nulla come se avesse la propria esistenza separata e indipendente. Non è di per sé nulla. E non può, di per sé, essere causa di nulla. Il multiforme universo in evoluzione non può essere il risultato del Nulla da solo, e avete visto che non può nemmeno essere il risultato dell’unica Realtà. Come sorge allora il multiforme universo in evoluzione?

Il multiforme universo in evoluzione nasce dalla mesco¬lanza dell’unica Realtà con il Nulla. Scaturisce dal Nulla quando questo Nulla è preso nel contesto dell’unica Realtà. Da questo non si deve però dedurre che l’universo sia in parte il risultato dell’unica Realtà, o che abbia un elemento di Realtà. È un risultato del Nulla ed è nulla. Sembra soltanto che esista. La sua apparente esistenza è dovuta all’unica Realtà che è, per così dire, dietro il Nulla. Quando si aggiunge il Nulla all’unica Realtà, il risultato è il multiforme universo in evoluzione.
L’unica Realtà, che è infinita e assoluta, non subisce così alcuna modifica. È assoluta e come tale non viene toccata da nessuna aggiunta o sottrazione. L’unica Realtà rimane ciò che era, completa e assoluta di per sé, indifferente al panorama della creazione, scaturito dal Nulla, e disgiunta da esso. Questo Nulla può essere paragonato al valore dello zero in matematica. Non ha valore positivo in sé, ma quando è aggiunto a un altro numero genera i molti. Allo stesso modo, il multiforme universo in evoluzione scaturisce dal Nulla quando è combinato con l’unica Realtà.

L’intero processo evolutivo rien¬tra nella sfera dell’immagina-zione. Quando nell’immagina¬zione l’unico oceano della Realtà viene apparentemente agitato, sorge il mondo multiforme dei centri di coscienza separati. Ciò implica la divisione fondamen-tale della vita tra il sé e il non-sé, o l’”io” e il suo ambiente. Poiché questo sé limitato (che è soltanto una parte immaginata di una totalità realmente indivisibile) è falso e incompleto, la coscienza non può accontentarsi di identificarsi eternamente con esso. Così la coscienza è intrappolata in una continua irrequietezza, che la costringe a tentare di identificarsi con il non-sé. Quella parte del non-sé, o l’ambiente, con cui la coscienza riesce a identificarsi si associa al sé nella forma di “mio”. E quella parte del non-sé con cui la coscienza non riesce a identificarsi diventa l’ambiente irriducibile che inevitabilmente crea un limite e un’opposizione al sé.
Così la coscienza non giunge al termine della propria dualità limitante ma alla sua trasformazione. Fintanto che la coscienza è soggetta al meccanismo dell’immaginazione viziante, non è in grado di mettere fine a questa dualità. Tutti i vari tentativi che essa fa per assimilare il non-sé (o l’ambiente) portano semplice-mente alla sostituzione della dualità iniziale con altre innumere-voli forme della stessa dualità. L’accettazione e il rifiuto di certe parti dell’ambiente si esprimono rispettivamente come “volere” e “non volere”, dando così origine agli opposti di piacere e sofferenza, bene e male e così via. Né l’accettazione né il rifiuto possono però condurre alla liberazione dalla dualità, e la coscienza si trova così presa in un’incessante oscillazione da un opposto all’altro. Questa oscillazione tra gli opposti caratterizza l’intero processo evolutivo dell’individuo.

L’evoluzione dell’individuo limi¬tato è interamente determinata dai sanskara (impressioni) che egli ha accumulato attraverso le epoche e, sebbene faccia tutto parte dell’imma¬gina¬zione, il deter-minismo è totale e automatico. Ogni azione ed esperienza, benché effimera, lascia dietro di sé un’impres¬sione nel corpo mentale. Questa impressione è una modifica oggettiva del corpo mentale e, poiché esso rimane lo stesso, le impressioni accumulate dall’individuo sono in grado di persistere durante molte vite. Quando i sanskara così accumulati cominciano a esprimersi (invece di rimanere semplicemente latenti nel corpo mentale), sono sperimentati come desideri, ossia sono percepiti come soggettivi. I sanskara hanno due aspetti, uno oggettivo e l’altro soggettivo; il primo è uno stato passivo di latenza, e il secondo è uno stato attivo di manifesta¬zione.
Durante la fase attiva, i sanskara accumulati determinano ogni esperienza e azione del sé limitato. Così come in un cinema devono scorrere diversi metri di pellicola per mostrare una singola azione sullo schermo, allo stesso modo sono spesso molti sanskara a determinare una singola azione del sé limitato. Esprimendosi e realizzandosi nell’esperienza, i sanskara ven-gono consumati. I sanskara deboli sono consumati mentalmente, quelli più forti sono consumati sottilmente in forma di desideri e di esperienze immaginative, e i sanskara potenti sono consumati fisicamente esprimendosi nell’azione fisica.
Sebbene questo consumo di sanskara avvenga continuamente, non porta a una liberazione da essi perché vengono inevitabil-mente creati nuovi sanskara, non solo attraverso nuove azioni, ma anche tramite il processo stesso di esaurimento. Così il carico di sanskara continua ad aumentare, e l’individuo si trova impotente di fronte al problema di sbarazzarsi di questo fardello.

I sanskara depositati tramite azioni ed esperienze specifiche predispon¬gono la mente ad azioni ed espe¬rienze simili. Ma oltre un certo punto questa tendenza è frenata e controbilanciata da una reazione naturale che consiste in una completa conversione al suo diretto opposto, che fa spazio all’azione dei sanskara opposti.
Molto spesso i due opposti fanno parte della stessa identica catena di immaginazione. Per esempio, qualcuno potrebbe fare dapprima l’esperienza di essere un famoso scrittore, con ricchezza, fama, famiglia e tutte le cose piacevoli della vita, e in seguito, nella stessa vita, potrebbe fare l’esperienza di perdere la ricchezza, la fama, la famiglia e tutte le cose piacevoli della vita. A volte sembra che una catena di immaginazione non contenga entrambi gli opposti nella stessa vita. Un uomo potrebbe ad esempio fare l’esperienza durante tutta la sua vita di essere un re potente sempre vittorioso in battaglia. In tal caso egli deve bilanciare questa esperienza con quella della sconfitta o qualcosa di simile nella vita successiva, spendendo un’altra vita per completare la sua catena di immaginazione. La pulsione puramente psicologica dei sanskara è quindi soggetta al bisogno più profondo dell’anima di conoscere il proprio Sé.

Supponiamo che una persona abbia ucciso qualcuno in questa vita. Ciò deposita nel suo corpo mentale i sanskara dell’uccisione. Se la coscienza fosse determinata solo e semplice-mente dalla tendenza iniziale creata da questi sanskara, la persona continuerebbe a uccidere altri all’infinito, acquisendo ogni volta maggior impeto dai reiterati atti dello stesso tipo. Non ci sarebbe scampo a questo ricorrente determinismo se non fosse per il fatto che la logica dell’esperienza provvede a un necessario controllo. La persona si rende presto conto dell’incompletezza dell’esperienza di un opposto, e cerca inconsciamente di rista-bilire l’equilibrio perso passando all’altro opposto.
Così l’individuo che ha avuto l’esperienza di uccidere svilupperà la necessità e la predisposizione psicologiche di essere ucciso. Uccidendo un’altra persona egli ha compreso solo un aspetto della situazione totale in cui è coinvolto, ossia l’aspetto dell’uccidere. La metà complementare della situazione totale (ossia il ruolo essere ucciso) gli rimane incompresa ed estranea, pur essendo entrata a far parte della sua esperienza. Nasce così il bisogno di completare l’esperienza attirando su di sé l’opposto di ciò che ha vissuto personalmente, e la coscienza tende a soddisfare questo nuovo e insistente bisogno. Una persona che ha ucciso svilupperà presto una tendenza a farsi uccidere per avere l’esperienza personale dell’intera situazione.
La domanda che affiora a questo punto è: chi lo ucciderà nella vita successiva? Potrebbe essere la stessa persona che fu uccisa nella vita precedente oppure un’altra con sanskara simili. Azione e interazione tra individui danno origine a connessioni o legami sanskarici, e quando l’individuo assume un nuovo corpo fisico, potrebbe trovarsi tra coloro che hanno legami sanskarici prece-denti o tra chi ha sanskara simili. Tuttavia, la vita si aggiusta in modo da rendere possibile il libero gioco della dualità evolutiva.

Come la spola del telaio, la mente umana si muove tra due estremi, sviluppando l’ordito e la trama del tessuto della vita. Lo sviluppo della vita spirituale è rappresentato al meglio non con una linea diritta, ma con un tracciato a zig-zag. Prendiamo come esempio la funzione delle due sponde di un fiume. Se non ci fossero le sponde, le acque del fiume si disperderebbero, e il fiume non potrebbe raggiungere la sua destinazione. Allo stesso modo, la forza della vita si disperderebbe in infiniti e innumerevoli modi se non fosse confinata tra i due poli degli opposti.
Queste sponde del fiume della vita vanno viste non come due linee parallele, ma come due linee convergenti che si incontrano nel punto di Liberazione. L’oscillazione diminuisce sempre di più a mano a mano che l’individuo si avvicina alla meta, e cessa del tutto quando egli la realizza. È come il movimento del misirizzi che ha il proprio baricentro alla base e quindi la graduale tendenza a fermarsi nella posizione eretta. Se viene scosso, continua a oscillare da una parte all’altra per qualche tempo, ma ogni movimento diviene sempre meno ampio e alla fine il misirizzi si ferma. Nel caso dell’evoluzione cosmica, una simile cessazione di alternanza tra gli opposti significa Mahapralaya, e nell’evoluzione spirituale dell’individuo signi-fica Liberazione.

Il passo dalla dualità alla non-dualità non è semplicemente una questione di differenza nello stato di coscienza. Essendo qualitativa¬mente diverse, la differenza tra di esse è infinita. La prima è uno stato di non-Dio e la seconda è lo stato di Dio. Questa differenza infinita costituisce l’abisso tra il sesto e il settimo piano di coscienza. Anche i sei piani inferiori di involuzione della coscienza sono separati l’uno dall’altro da una specie di valle o distanza. Ma benché la differenza tra di essi sia grande, non è infinita perché tutti sono soggetti in egual misura alla bipolarità dell’esperienza limitata, che consiste nell’alternanza tra gli opposti.
La differenza tra il primo e il secondo piano, tra il secondo e il terzo, e così via fino al sesto piano, è grande ma non infinita. Ne consegue che, a rigor di termini, nessuno dei sei piani di dualità può essere considerato realmente più vicino al settimo piano degli altri. La differenza tra uno dei sei piani e il settimo è infinita, così com’è infinita la differenza tra il sesto e il settimo piano. Il progresso attraverso i sei piani avviene nell’immagina-zione, ma la realizzazione del settimo piano è la cessazione dell’immaginazione e, di conseguenza, il risveglio dell’individuo alla coscienza della Verità.

Il progresso illusorio attraverso i sei piani non può tuttavia essere evitato del tutto. L’immagina¬zione dev’essere completamente esaurita prima che una persona possa realizzare la Verità. Quando un discepolo ha un Maestro Perfetto, deve attraversare tutti i sei piani. Il Maestro può condurre il suo discepolo attraverso i piani interiori a occhi aperti oppure in maniera velata. Se il discepolo è velato e non è cosciente dei piani che sta attraver¬sando, i desideri persistono fino al settimo piano, ma se viene condotto a occhi aperti ed è cosciente dei piani che sta attraversando, non ci sono più desideri a partire dal quinto piano. Se il Maestro viene per lavorare, spesso sceglie di condurre i suoi discepoli in maniera velata, perché se hanno gli occhi bendati possono essere più attivamente utili al lavoro del Maestro che non a occhi aperti.
L’attraversamento dei piani è caratterizzato, per tutta la sua durata, dallo svolgimento dei sanskara. Questo processo di svolgimento dovrebbe essere attentamente distinto da quello dell’esaurimento. Nel processo di esaurimento i sanskara diventano dinamici e si liberano nell’azione o nell’esperienza. Ciò non porta all’emancipazione definitiva dai sanskara, perché il nuovo e incessante accumulo incessante di sanskara rimpiazza abbondantemente quelli che vengono esauriti, e il processo stesso di esaurimento è responsabile di ulteriori sanskara. Nel processo di svolgimento, invece, i sanskara vengono indeboliti e annientati dalla fiamma dell’anelito dell’Infinito.
L’anelito dell’infinito può essere la causa di molta sofferenza spirituale. Non c’è paragone tra l’acutezza della sofferenza comune e l’intensità della sofferenza spirituale che una persona deve patire quando attraversa i piani. La prima è l’effetto dei sanskara, e la seconda è l’effetto del loro svolgimento. Quando la sofferenza fisica raggiunge l’apice, una persona perde cono-scenza trovando così sollievo, ma non c’è un simile sollievo automatico per la sofferenza spirituale. La sofferenza spirituale, tuttavia, non diventa tediosa perché è frammista anche a una sorta di piacere.

L’anelito dell’Infinito diventa più forte e acuto fino a raggiungere il suo apice, poi comincia gradualmente a placarsi. Mentre si placa, la coscienza non abbandona del tutto l’anelito dell’Infinito e continua a seguire il suo obiettivo di realizzare l’Infinito. Questo stato di anelito placato ma latente prelude alla realizzazione dell’Infinito. A questo stadio l’anelito è lo strumento per annientare tutti gli altri desideri ed esso stesso è pronto a essere estinto dall’insondabile quiete dell’Infi¬nito. Prima che l’anelito dell’Infinito sia soddisfatto grazie alla realizzazione dell’Infinito, la coscienza deve passare dal sesto al settimo piano. Deve passare dalla dualità alla non-dualità. Invece di vagare nell’immaginazione, deve arrivare alla fine dell’immaginazione.
Il Maestro sa che l’unica Realtà è la sola Realtà e che il Nulla è semplicemente la sua ombra. Per lui, il tempo è assorbito nell’eternità. Avendo realizzato questo aspetto senza tempo della Realtà, egli è al di là del tempo e comprende nel suo essere sia l’inizio sia la fine del tempo. Egli rimane indifferente al processo temporale che consiste nell’azione e interazione dei molti. L’uomo comune non conosce né l’inizio né la fine dalla Creazione. È quindi sopraffatto dal corso degli eventi, che incombono su di lui per mancanza della giusta prospettiva in quanto è prigioniero del tempo. Considera tutto in termini di possibile compimento o non compimento dei propri sanskara. È perciò profondamente disturbato dagli avvenimenti di questo mondo. L’intero universo oggettivo gli appare come una sgradita limitazione che deve essere superata o tollerata.
Il Maestro, per contro, è libero dalla dualità e dai sanskara che ne sono la caratteristica. Egli è libero da ogni limitazione. La tempesta e la tensione dell’universo non toccano il suo essere. Per lui, tutto il trambusto del mondo, con i suoi processi costruttivi e distruttivi, non può avere una particolare impor-tanza. Egli ha varcato la soglia del santuario della Verità, che è la dimora del significato eterno che è solo parzialmente e debolmente riflesso nei valori effimeri della Creazione. Nel suo essere è compresa tutta l’esistenza, e per lui tutto lo spettacolo della manifestazione non è che un gioco.

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Guruprasad, Pune, 1957

La vita dello spirito
Nel vero karma yoga, o la vita dell’azione perfetta, c’è un corretto aggiustamento tra gli aspetti mate¬riali e spirituali della vita. In questo tipo di vita, la coscienza non è ostacolata da cose mondane e materiali, ma allo stesso tempo non può sfuggire all’esistenza quotidiana. La mente non può immergersi nella vita materiale dei desideri assillanti né fondersi nella beatitudine spirituale. Essa viene usata per affrontare e trattare i problemi della vita dal punto di vista della comprensione spirituale.

Un corretto aggiustamento tra gli aspetti materiali e spirituali della vita non è assicurato dando a entrambi la stessa importanza. Non è assicurato nemmeno prendendo qualcosa dal materiale e qualcosa dallo spirituale e trovando poi un compromesso tra i due. Lo spirito deve avere e avrà sempre un’inviolabile supremazia sulla materia; tuttavia, la supremazia non si esprime evitando o rifiutando la materia, ma piuttosto usandola quale veicolo adeguato all’espressione dello spirito. In un aggiustamento intelligente la materia deve avere il ruolo uno strumento flessibile per la manifestazione dello spirito e non deve in alcun modo diventare invadente di per sé. Così come uno strumento musicale ha valore solo se dà espressione a un brano del musicista e diventa invece un intralcio se non si assoggetta completamente, la materia ha valore se dà libera e adeguata espressione al flusso creativo della vita e diventa un intralcio se interferisce con esso.

A causa dei molteplici desideri della mente, la materia tende ad assumere importanza di per sé. Per l’alcolista, il vino è tutto; per chi è avido, accumulare denaro è della massima importanza; e per il seduttore, la caccia alle sensazioni è il fine supremo della vita. Questi sono esempi di come, attraverso svariati desideri della mente, la materia diventa eccessivamente invadente e altera le espressioni dello spirito. Il modo per ridare allo spirito la sua dignità non è rifiutare la materia ma usarla per le esigenze dello spirito.
Ciò è possibile solo quando lo spirito è libero da tutti i desideri ed è pienamente consapevole del suo vero stato. Quando questo è raggiunto, un individuo può possedere beni materiali senza esserne schiavo. Quando è necessario può utilizzarli come mezzi per la vita dello spirito, ma non ne è attratto né ossessionato. Realizza che di per sé non costituiscono il vero significato della vita. Egli vive nell’ambiente materiale e sociale senza ambire a essi e, essendo distaccato, sa trasformarli in vita dello spirito.

Una volta assicurato un vero aggiu¬sta¬mento tra spirito e mate¬ria, non c’è fase della vita che non possa essere utilizzata per l’espres¬sione della divinità. Non c’è più alcun bisogno di sfuggire alla vita quotidiana e alle sue complicazioni. La libertà dello spirito che si ricerca evitando il contatto con il mondo e ritirandosi in una grotta o sulle montagne è una libertà negativa. Quando si tratta di un ritiro temporaneo volto a digerire le esperienze mondane e a sviluppare un distacco, ha i suoi vantaggi. Concede un attimo di respiro nella corsa della vita. Ma quando questo ritiro è fondato sulla paura del mondo o sulla mancanza di fiducia nello spirito, è tutt’altro che d’aiuto al raggiungimento della vera libertà. La vera libertà è essenzialmente positiva e deve esprimersi attra¬verso un dominio incontrastato dello spirito sulla materia. Questa è la vera vita dello spirito.

La vita dello spirito è l’espressione dell’Infinità e, in quanto tale, non conosce limiti artificiali. La vera spiritualità non dev’essere confusa con un entusiasmo esclusivo per qualche moda passeggera. Essa non riguarda nessun “ismo”. Quando la gente cerca la spiritua¬lità fuori dalla vita, come se non avesse niente a che fare con il mondo materiale, la sua ricerca è vana. Tutti i credi e i culti tendono a enfatizzare alcuni aspetti frammentari della vita, ma la vera spiritualità ha una visione totale. L’essenza della spiritualità non consiste in un interesse speciale o ristretto in qualche parte immaginata della vita ma in un sicuro atteggia-mento illuminato in tutte le varie situazioni che fanno parte della vita. Essa copre e include la vita nella sua totalità. Tutte le cose materiali di questo mondo possono essere messe al servizio del gioco divino, e quando sono così subordinate aiutano lo spirito ad affermarsi.

Il valore delle cose materiali dipende dal ruolo che esse svol¬gono nella vita dello spirito. Di per sé, non sono né buone né cattive. Diven¬tano buone o cattive a seconda che favoriscano o intralcino la manifestazione della divinità attraverso di esse. Prendiamo per esempio il posto che il corpo fisico ha nella vita dello spirito. È un errore creare un’antitesi tra “carne” e “spirito”. Un tale contrasto porta quasi inevitabilmente alla piena condanna del corpo. Il corpo ostacola la realizzazione spirituale solo se lo si coccola come se avesse diritto alle proprie esigenze. La sua giusta funzione, compresa correttamente, è di essere subordinata agli scopi spirituali.
Il cavaliere ha bisogno di un cavallo per andare in battaglia, ma il cavallo può diventare un ostacolo se rifiuta di sottomettersi completamente alla sua volontà. Allo stesso modo, lo spirito ha bisogno di essere rivestito di materia per poter entrare in pieno possesso delle sue possibilità, ma a volte il corpo può diventare un ostacolo se rifiuta di assoggettarsi alle esigenze dello spirito. Se il corpo si piega alle esigenze dello spirito come dovrebbe, è strumentale nel portare il regno dei cieli sulla terra. Esso diventa il veicolo per l’effusione di vita divina, e quando serve a questo scopo può giustamente essere chiamato il tempio di Dio sulla terra.

Poiché il corpo fisico e le altre cose materiali possono essere usati per la vita dello spirito, la vera spiritualità non assume alcun atteggiamento ostile nei loro confronti ma cerca di esprimersi in essi e attraverso di essi. Perciò un essere perfetto non disprezza le cose belle o le opere d’arte, le conquiste della scienza o i successi politici. Le cose belle possono essere svalutate quando sono fatte oggetto di desiderio o invidia e possesso esclusivo; le opere d’arte possono essere usate spesso per accrescere e soddisfare l’egoismo e altre debolezze umane. Le conquiste della scienza possono essere usate per la distruzione reciproca, come nelle guerre moderne; l’entusiasmo politico senza una visione spirituale può perpetuare il caos sociale e internazionale. Ma tutte queste cose possono anche essere gestite nel modo giusto e spiritualizzate. Le cose belle possono diventare sorgente di purezza, felicità e ispirazione; le opere d’arte possono nobilitare ed elevare la coscienza della gente. Le conquiste scientifiche possono alleviare le inutili sofferenze e disabilità dell’umanità; l’azione politica può essere fondamentale per instaurare nell’umanità una vera fratellanza. La vita dello spirito non consiste nel voltare le spalle alle sfere di esistenza del mondo, ma nel restituire loro lo scopo divino, che è di far sì che amore, pace, felicità, bellezza e Perfezione spirituale siano alla portata di ciascuno.

Coloro che vogliono vivere la vita dello spirito devono tuttavia rima¬nere distaccati nel mezzo delle cose mondane, senza diven-tare freddi o indifferenti nei loro confronti. Non si dovrebbe confondere il distacco con una mancanza di apprezzamento. Esso non solo è compatibile con la vera valutazione delle cose ma ne è la condizione stessa. Il desiderio crea illusione e impedisce la giusta percezione. Nutre le ossessioni e sostiene il senso di dipendenza dagli oggetti esterni. Il distacco favorisce una giusta comprensione e facilita la percezione del vero valore delle cose senza rendere la coscienza dipendente da oggetti esterni.
Vedere le cose come sono significa afferrare il loro reale significato come parti della manifestazione dell’Unica Vita, e vedere attraverso il velo della loro apparente molteplicità significa essere liberi dall’insistente ossessione per qualcosa nel suo isolamento e nella sua esclusività immaginati. La vita dello spirito dev’essere trovata in una comprensività libera da attaccamento e in un apprezzamento libero da coinvolgimento. È una vita di libertà positiva nella quale lo spirito pervade la materia e risplende attraverso di essa senza sottomettersi ai limiti delle sue esigenze.

Le cose e gli avvenimenti di questa esistenza terrena sono considerati estranei solo fintantoché sono som¬mersi nella marea crescente della spiritualità onnicomprensiva. Una volta che hanno trovato il loro giusto posto nello schema della vita, si vede come ognuno di essi partecipa alla sinfonia della creazione. Allora la spiritua¬lità non ha bisogno di un’espressione separata o esclusiva; non è degradata quando si occupa delle comuni esigenze fisiche, intellettuali ed emotive della gente. La vita dello spirito è un’esistenza unificata e integrale che non ammette comparti¬menti esclusivi o scollegati.

La vita dello spirito è una manifestazione continua di amore divino e di comprensione spiri¬tuale, ed entrambi questi aspetti della divinità sono illimitati nella loro universalità e incontestabili nella loro comprensività. L’amore divino non ha quindi bisogno di alcun contesto speciale per farsi sentire. Non deve aspettare qualche raro momento per esprimersi, né va in cerca di situazioni austere in odore di santità particolare. Trova la sua espressione in ogni evento o situazione che potrebbero passare inosservati agli occhi una persona non illuminata perché troppo insignificanti per meritare attenzione.
L’amore umano comune si esprime solo in condizioni favorevoli. È una risposta a un certo tipo di situazioni ed è in rapporto a esse. L’amore divino, invece, che sgorga dalla sorgente interiore, è indipendente da stimoli. È quindi espresso anche in circostanze che verrebbero considerate sfavorevoli da chi ha assaporato solo l’amore umano. Se mancano felicità, bellezza o bontà in coloro che circondano un Maestro Perfetto, queste stesse cose diventano per lui un’opportunità di inondarli del suo amore divino e salvarli dallo stato di povertà materiale o spirituale. Le sue risposte quotidiane all’ambiente terreno diventano espressioni di divinità dinamica e creativa, che si espande e spiritualizza tutto ciò verso cui egli dirige la sua mente.

Bisogna distinguere la comprensione spirituale, che è l’aspetto complemen¬tare della vita dello spirito, dalla saggezza mondana, che è la quintessenza delle convenzioni del mondo. La saggezza spirituale non consiste nella piena accettazione del modo in cui vanno le cose nel mondo. Esso è quasi sempre l’effetto collettivo delle azioni di persone dall’inclinazione materiale. Le persone mondane considerano giusta una cosa e la fanno diventare giusta per le persone con un’inclinazione simile. Perciò, seguire ciecamente le convenzioni non assicura necessariamente un’azione saggia. La vita dello spirito non può essere una vita di imitazione acritica; deve basarsi sulla vera comprensione dei valori.

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Meherabad, maggio, 1936

“Sono venuto non per insegnare, ma per risvegliare.”

L’amore
La vita e l’amore sono inseparabili l’uno dall’altra. Dove c’è vita, c’è amore. Anche la coscienza più rudi¬mentale cerca continuamente di sfug¬gire alle proprie limitazioni e unirsi in qualche modo ad altre forme. Sebbene ogni forma sia separata dalle altre, in realtà sono tutte forme della medesima unità di vita. Il senso latente di questa realtà interiore nascosta si fa sentire indirettamente anche nel mondo dell’illusione mediante l’attrazione che una forma prova nei confronti di un’altra.

La legge di gravità alla quale tutti i pianeti e le stelle sono soggetti è, a suo modo, un pallido riflesso dell’amore che pervade ogni parte dell’universo. Per¬sino le forze repulsive sono in realtà espressioni di amore, poiché le cose si respingono in quanto sono attratte più fortemente da altre cose. La repulsione è una conseguenza negativa dell’attra¬zione positiva. Le forze di coesione e di affinità, che sono prevalenti nella costituzione stessa della materia, sono espres¬sioni positive di amore. Un esempio eclatante di amore a questo livello è l’attrazione che la calamita esercita sul ferro. Tutte queste forme di amore sono del tipo meno sviluppato poiché sono inevitabilmente condizionate dalla coscienza rudimentale nella quale appaiono.

Nel mondo animale l’amore diventa più esplicito sotto forma di impulsi coscienti diretti verso diversi oggetti nell’ambiente circostante. Questo amore è istintivo, e gratifica desideri diversi appropriandosi di oggetti compatibili. Quando una tigre cerca di divorare un cervo, è letteralmente innamorata del cervo. L’attrazione sessuale è un’altra forma di amore a questo livello. Tutte le espressioni di amore a questo stadio hanno una cosa in comune: cercano tutte di soddisfare qualche impulso o desiderio corporeo mediante l’oggetto d’amore.

L’amore umano è molto più ele¬vato di queste forme inferiori di amore perché gli esseri umani hanno una coscienza pienamente sviluppata. Sebbene ci sia una continuità tra le forme inferiori subumane di amore e l’amore umano, esso se ne differenzia perché da questo momento le sue manifestazioni devono andare di pari passo con un nuovo fattore, che è la ragione. A volte l’amore umano si manifesta come una forza avulsa dalla ragione che le corre parallela. Altre volte, esso si manifesta come una forza che si confonde con la ragione entrando in conflitto con essa. Infine, si esprime come un elemento di un tutto armonico dove amore e ragione si sono equilibrati e fusi in un’unità integrale.

L’amore umano può dunque entrare in combinazione con la ragione in tre modi. Nel primo, la sfera del pensiero e quella dell’amore sono tenute sepa¬rate il più possibile; ossia la sfera dell’amore è praticamente inaccessibile all’attività della ragione, e l’amore ha poco o nessun accesso alla sfera del pensiero. Naturalmente non è mai possibile separare del tutto questi due aspetti dello spirito. Ma quando amore e ragione funzionano alternandosi e predominando a turno, abbiamo un amore non illuminato dalla ragione oppure una ragione non ravvivata dall’amore.
Nel secondo modo, amore e ragione operano simultaneamente, ma non funzionano in armonia l’uno con l’altra. Sebbene questo conflitto generi confusione, è una fase necessaria per evolvere allo stato più elevato dove c’è una sintesi reale di amore e ragione. Nel terzo tipo di amore, questa sintesi tra amore e ragione è un fatto compiuto – con il risultato che sia l’amore sia la ragione sono trasformati in maniera così completa da precipitare la comparsa di un nuovo livello di coscienza che, paragonato alla normale coscienza umana, è descritta al meglio come supercoscienza.

L’amore umano fa la sua apparizione nella matrice della coscienza dell’ego, che ha innumerevoli desideri. A causa di questi fattori, l’amore assume molte colo¬ra¬zioni. Così come in un caleidoscopio, attraverso le varie combinazioni di elementi semplici, abbiamo una varietà sempre mutevole di motivi, in amore troviamo una varietà qualitativa pressoché illimitata dovuta alle sempre nuove combinazioni dei fattori. E così come esistono infinite sfumature di colore in fiori diversi, ci sono molteplici e delicate differenze nell’amore umano.

L’amore umano è circondato da diversi fattori ostacolanti come l’infatuazione, la lussuria, l’avidità, la collera e la gelosia. In un certo senso, persino questi fattori ostacolanti sono o forme di amore inferiore o gli inevitabili effetti collaterali di queste forme inferiori di amore. Infatuazione, lussuria e avidità possono essere considerate forme distorte e inferiori di amore. Nell’infatuazione, la persona è innamorata di un oggetto sensuale, nella lussuria sviluppa un desiderio ardente di sensazioni per questo oggetto, e nell’avidità desidera posse¬derlo. Di queste tre forme di amore inferiore, l’avidità tende a estendersi dall’oggetto originale ai mezzi per ottenerlo. Si diventa così avidi di denaro, di potere o di fama, che possono essere strumenti per possedere i diversi oggetti desiderati. Collera e gelosia nascono quando queste forme inferiori di amore sono contrastate o rischiano di esserlo.

Queste forme inferiori di amore ostacolano l’effondersi di amore puro. Il flusso d’amore non può mai diventare limpido e co-stante finché non si è districato da queste forme limitative e depravanti di amore inferiore. Le forme inferiori sono nemiche di quelle più elevate. Se la coscienza è presa dal ritmo delle forme inferiori, non riesce a emanciparsi dalle abitudini che si è creata e le diventa difficile uscirne e andare oltre. Così le forme inferiori di amore continuano a interferire con lo sviluppo delle forme superiori e devono essere abbandonate per permettere alla forma più elevata di amore di apparire liberamente.

L’esercizio costante di discerni¬mento aiuta l’amore elevato a uscire dal guscio dell’amore infe¬riore. L’amore va quindi distinto attentamente dai fattori ostacolanti, che sono l’infatuazione, la lussuria, l’avidità e la collera. Nell’infatuazione, la persona è una vittima passiva del fascino dell’attrazione concepita per l’oggetto. Nell’amore c’è un apprezzamento attivo del valore intrinseco dell’oggetto d’amore.
L’amore è diverso anche dalla lussuria. Nella lussuria c’è una dipendenza da un oggetto sensuale che porta a una subor¬di-nazione spirituale, mentre l’amore mette una persona in rapporto diretto e coordinato con la realtà dietro la forma. Perciò, la lussuria è vissuta come qualcosa di pesante, mentre l’amore come qualcosa di leggero. Nella lussuria c’è una costrizione della vita, nell’amore un’espansione dell’essere. Amare qualcuno è come aggiungere un’altra vita alla propria. La vostra vita ne è, per così dire, moltiplicata, e voi vivete pratica-mente in due centri. Se amate il mondo intero, vivete indirettamente in tutto il mondo; nella lussuria ci sono invece un declino della vita e una sensazione generale di inguaribile dipendenza da una forma che si considera altra da sé. Così, nella lussuria si accentuano separazione e sofferenza, mentre in amore c’è il sentimento di unità e gioia. La lussuria è dissipazione, l’amore è ristoro. La lussuria è una brama dei sensi, l’amore è l’espressione dello spirito. La lussuria cerca appagamento, ma l’amore lo sperimenta. Nella lussuria c’è eccitazione, nell’amore c’è tranquillità.

L’amore è altrettanto diverso dall’avidità. L’avidità è possessività in ogni sua forma grossolana e sottile. Cerca di appropriarsi di persone e oggetti grossolani, come pure di cose astratte e immateriali quali fama e potere. In amore, l’annessione di un’altra persona alla propria vita individuale è fuori questione, e c’è un’espansione libera e creativa che ravviva e ricolma l’essere dell’amato a prescindere da qualsiasi aspettativa per il sé. Si ha il paradosso che l’avidità, che cerca di appropriarsi di un altro oggetto, porta in effetti al risultato contrario di mettere il sé sotto la tutela dell’oggetto. L’amore invece, che mira a regalare il sé all’oggetto, porta in effetti a incorporare spiritualmente l’amato nell’essere stesso dell’amante. Nell’avidità il sé cerca di posse¬dere l’oggetto, ma ne è esso stesso posseduto. In amore, il sé offre sé stesso all’amato senza alcuna riserva, ma facendolo scopre di aver incluso l’amato nel proprio essere.

Infatuazione, lussuria e avidità costituiscono una malattia spi¬ri-tuale, che è spesso resa più virulenta dai sintomi aggra¬vanti della collera e della gelosia. L’amore puro, in netto contrasto, è la fioritura della Perfezione spirituale. L’amore umano è talmente imbrigliato da queste condizioni limitanti che la comparsa spontanea di amore puro dall’interno diventa impossibile. Perciò, quando nell’aspirante nasce un simile amore puro è sempre un dono. L’amore puro nasce nel cuore dell’aspirante in risposta alla discesa della grazia di un Maestro Perfetto. Quando l’amore puro viene ricevuto come un dono del Maestro, prende dimora nella coscienza dell’aspirante come un seme in un terreno favorevole; e con il tempo il seme si trasforma in una pianta e poi in un albero adulto.

La discesa della grazia del Maestro è tuttavia condizionata dalla preparazione spirituale preliminare dell’aspirante. Que¬sta preparazione preliminare per la grazia non è mai completa finché l’aspirante non ha incorporato alcuni attributi divini nel proprio corredo spirituale. Ad esempio, quando una persona evita la maldicenza e pensa più ai lati positivi negli altri che a quelli negativi, e quando può praticare una tolleranza suprema e desidera il bene altrui anche a costo del proprio, allora è pronta a ricevere la grazia del Maestro. Uno degli ostacoli maggiori alla preparazione spirituale dell’aspirante è la preoccupazione. Quando, con uno sforzo supremo, questo ostacolo è superato, un terreno è pronto per la coltivazione degli attributi divini che costituiscono la preparazione spirituale del discepolo. Non appena il discepolo è pronto, la grazia del Maestro discende, poiché il Maestro, che è l’oceano di amore divino, va sempre alla ricerca dell’anima nella quale la sua grazia porterà frutti.

Il tipo di amore risvegliato dalla grazia del Maestro è un privilegio raro. La madre che è disposta a sacrificare tutto e a morire per il proprio figlio e il martire che è pronto a rinunciare alla sua stessa vita per il suo paese sono certo estremamente nobili, ma non hanno necessariamente assaggiato questo amore puro nato dalla grazia del Maestro. Persino i grandi yogi che stanno seduti nelle grotte o sulle cime delle montagne e sono totalmente assorti nello stato di samadhi profondo (trance meditativo) non possiedono necessariamente questo amore prezioso.

L’amore puro risvegliato dalla gra¬zia del Maestro è più prezioso di qualunque altro stimolo che l’aspirante possa utilizzare. Un tale amore non solo riunisce in sé i meriti di tutte le discipline, ma le sorpassa tutte nella sua capacità di condurre l’aspirante alla meta. Quando nasce questo amore, l’aspirante non ha che un desiderio: unirsi all’Amato divino. Questo allontanamento della coscienza da tutti gli altri desideri conduce alla purezza infinita; nulla perciò purifica l’aspirante più completamente di questo amore. L’aspirante è sempre pronto a offrire tutto per l’Amato divino, e nessun sacrificio è troppo arduo per lui. Tutti i suoi pensieri sono distolti dal sé e si concentrano esclusivamente sull’Amato divino. Grazie all’intensità di questo amore in crescita costante, egli spezza infine le catene del sé e si unisce all’Amato. Questo è il coronamento dell’amore. Quando l’amore è così giunto alla sua realizzazione, è diventato divino.

L’amore divino è qualitativamente diverso dall’amore umano. L’amore umano è per i molti nell’Uno, e l’amore divino è per l’Uno nei molti. L’amore umano porta a innumerevoli complicazioni e intrichi, ma l’amore divino conduce all’integrazione e alla libertà. Nell’amore divino gli aspetti personali e impersonali sono egualmente bilanciati; nell’amore umano i due aspetti predominano alterna¬ti¬vamente. Quando nell’amore umano prevale la nota personale, si giunge a una cecità totale nei confronti del valore intrinseco di altre forme. Quando, come nel senso del dovere, l’amore è in prevalenza impersonale, rende spesso freddi, rigidi e meccanici. Il senso del dovere viene all’individuo come una costrizione esterna che determina il comportamento, ma nell’amore divino ci sono libertà assoluta e una spontaneità illimitata. L’amore umano nei suoi aspetti personali e imperso¬nali è limitato; l’amore divino con la sua fusione degli aspetti personali e impersonali è infinito nell’essere e nell’espressione.

Persino il tipo più elevato di amore umano è soggetto alle limitazioni della natura indivi¬duale, che persiste fino al settimo piano dell’involuzione della co¬scienza. L’amore divino sorge dopo la scomparsa della mente individuale ed è libero dagli intralci della natura individuale. Nell’amore umano la dualità dell’amante e dell’amato permane, ma nell’amore divino amante e Amato diventano uno. A questo stadio l’aspirante ha abbandonato il regno della dualità e diventa uno con Dio, perché l’Amore Divino è Dio. Quando l’amante e l’Amato sono uno, quella è la fine e il principio.

È per amore che l’intero universo è venuto all’esistenza, ed è per amore che continua a esistere. Dio discende nel regno dell’Illusione perché l’apparente dualità dell’Amato e dell’amante contribuisce infine al godi¬mento cosciente della Sua propria divinità. Lo sviluppo dell’amore è condizionato e sostenuto dalla tensione della dualità. Dio deve soffrire un’apparente differenziazione in una molteplicità di anime per portare avanti il gioco dell’amore. Esse sono le Sue stesse forme, e in rapporto a loro Egli assume contemporaneamente il ruolo dell’Amante divino e quello dell’Amato divino. Come Amato, Egli è l’oggetto reale e ultimo del loro apprezzamento. Come Amante divino, Egli è il loro salvatore reale e ultimo che le riconduce a Sé. Così, sebbene l’intero mondo della dualità non sia che un’illusione, questa illusione è nata per uno scopo significativo.

L’amore è il riflesso dell’unità di Dio nel mondo della dualità. Esso costituisce l’intero signifi¬cato della creazione. Se l’amore fosse escluso dalla vita, tutte le anime del mondo diventerebbero completamente estranee l’una all’altra, e gli unici rapporti e contatti possibili in un simile mondo senza amore sarebbero superficiali e meccanici. È grazie all’amore che i contatti e i rapporti tra anime individuali diven¬tano significativi. È l’amore che dà significato e valore a tutto ciò che accade nel mondo della dualità. Ma benché l’amore dia un senso al mondo della dualità, è nello stesso tempo una sfida permanente alla dualità. Quando l’amore prende forza, genera un’irrequietezza creativa e diventa la principale forza motrice di quella dinamica spirituale che riesce infine a restituire alla coscienza l’unità originale dell’Essere.

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Meherazad, 1955

Il travaglio del
nuovo ordine del mondo
La tempesta mondiale che si è fatta vieppiù violenta ha raggiunto ora la sua massima intensità e quando sarà al suo apice provocherà un disastro universale. Nella lotta per il benessere materiale, il malcontento ha assunto proporzioni gigantesche, e le varie differenze degli interessi umani sono state accentuate a tal punto da far precipitare un conflitto particolare. L’umanità non è riuscita a risolvere i suoi problemi individuali e sociali, e l’evidenza di questo fallimento è molto chiara. L’incapacità degli uomini di trattare i propri problemi in modo costruttivo e creativo rivela una tragica mancanza della giusta comprensione della natura fondamentale dell’uomo e del vero scopo della vita.

Il mondo è testimone di un conflitto acuto tra le forze della luce e le forze delle tenebre. Da una parte, ci sono persone egoiste che cercano la propria felicità ciecamente attra¬verso sete di potere, smodata avidità e odio irriducibile. Ignare del vero scopo della vita, sono cadute al livello più basso di civiltà. Sotterrano il proprio sé superiore sotto i rottami di forme fatiscenti sopravvissute a un passato ormai morto. Prigioniere di interessi materiali e di concetti limitati, hanno dimenticato il proprio destino divino. Hanno smarrito la via, e i loro cuori sono straziati dalle ingiurie dell’odio e del rancore. Dall’altra, ci sono persone che portano alla luce il proprio sé superiore intrinseco sopportando sofferenza e privazioni e compiendo atti nobili e di abnegazione. L’attuale guerra insegna agli uomini a essere coraggiosi, a saper soffrire, a comprendere e a sacrificarsi.

La malattia dell’egoismo nell’umanità avrà bisogno di una cura che non sia solo di applicazione universale, ma anche di natura drastica. L’egoismo è così profondamente radicato che può essere estirpato solo se preso da ogni lato. Pace e felicità vere sorgeranno spontanea¬mente quando ci si libererà dall’egoismo. La pace e la felicità che nascono dall’amore incondizionato sono permanenti. Persino i peggiori peccatori possono diventare grandi santi se hanno il coraggio e la sincerità di accettare una trasformazione drastica e completa del loro cuore.

Il caos e la distruzione at¬tuali travolgeranno il mon¬do intero, ma in futuro ciò sarà seguito da un pe¬riodo molto lungo senza guerra. Varrà la pena di sopportare le sofferenze e le miserie passeggere dei nostri tempi per il lungo periodo di felicità che arriverà poi. A cosa porterà l’attuale caos? Come finirà? Può finire in un modo soltanto: l’umanità ne avrà abbastanza. L’uomo si stancherà di volere e di combattere per odio. Avidità e odio raggiungeranno una tale intensità che tutti ne avranno a sufficienza. La via d’uscita da questa impasse sarà trovata attraverso l’altruismo. La sola alternativa che può portare a una soluzione sarà di smettere di odiare per amare, smettere di volere per dare e smettere di dominare per servire.

Una grande sofferenza risveglia una grande comprensione. La soffe¬renza acuta raggiunge il suo scopo e il suo vero significato quando risve¬glia un’umanità esausta e fa nascere in essa un desiderio genuino di vera comprensione. Una sofferenza senza precedenti porta a una crescita spirituale senza precedenti. Contribuisce a costruire la vita sulle fondamenta incrollabili della Verità. È ora che la sofferenza universale spinga l’umanità verso la svolta nella sua storia spirituale. È ora che le sofferenze stesse del nostro tempo diventino un mezzo per portare una vera comprensione dei rapporti umani. È ora che l’umanità affronti onestamente le vere cause della catastrofe che l’ha colpita. È ora di cercare una nuova esperienza della Realtà. Sapere che la vita è reale ed eterna significa ereditare una felicità imperitura. È ora che l’uomo giunga a questa realizzazione riunificandosi con il proprio Sé.

Diventando uno con il Sé superiore, l’uomo percepisce il Sé infinito in tutti gli esseri. Egli diviene libero superando e abbando¬nando i limiti della vita dell’ego. L’anima individuale deve realizzare con piena coscienza la propria identità con l’Anima universale. L’uomo riorienterà la vita alla luce di questa antica Verità e modificherà il suo atteggiamento verso il prossimo nella vita di tutti i giorni. Percepire il valore spirituale dell’unicità significa promuovere unità e cooperazione reali. La fratellanza diventa allora un risultato spontaneo della vera percezione. La nuova vita basata sulla comprensione spirituale è un’affermazione della Verità. Non è qualcosa che appartiene a un’utopia ma è assolutamente pratica. Ora che l’umanità si trova nel fuoco di sanguinosi conflitti, sperimenta attraverso un’immensa angoscia la totale instabilità e futilità di una vita basata su concetti puramente materiali. È vicina l’ora in cui l’uomo, nel suo insaziabile desiderio di vera felicità, andrà in cerca della sua vera fonte.

È vicino anche il momento in cui l’umanità cercherà ardente-mente di entrare in contatto con l’incarnazione della Verità nella forma del Dio-Uomo (Avatar), attraverso il quale potrà ispirarsi ed elevarsi alla comprensione spirituale. Essa accetterà di essere guidata dall’autorità divina. Soltanto l’effusione di amore divino può portare al risveglio spirituale. In questo momento critico di sofferenza universale, l’umanità si sta preparando a volgersi verso il proprio Sé superiore e ad attenersi alla volontà di Dio. L’amore divino compirà il miracolo supremo di portare Dio nel cuore dell’uomo e di stabilirlo in una felicità vera e duratura. Esso soddisferà i bisogni e i desideri più grandi dell’umanità. L’amore divino renderà gli uomini altruisti e disponibili nei loro rapporti reciproci, e porterà la soluzione finale a tutti i problemi. La nuova fratellanza sulla terra sarà un fatto compiuto, e le nazioni saranno unite in una fraternità di Amore e Verità.
È per questo Amore e questa Verità che esisto. All’umanità sofferente Io dico:
“Abbiate speranza”. Sono venuto per aiutarvi ad arrendervi alla causa di Dio e ad accettare la Sua grazia di Amore e Verità. Sono venuto per aiutarvi a conquistare la vittoria di tutte le vittorie: vincere il vostro Sé.

Dodici modi di realizzarmi
1. Desiderio
Se avete lo stesso desiderio e la sete di unione con Me che qualcuno ha dell’acqua dopo essere rimasto per giorni sotto il sole cocente del Sahara, allora mi realizzerete.
2. Tranquillità d’animo
Se avete la tranquillità di un lago gelato, allora mi realizzerete.
3. Umiltà
Se avete l’umiltà della terra che si lascia plasmare in ogni forma, allora mi conoscerete.
4. Disperazione
Se sentite la disperazione che porta una persona a commettere suicidio e avete la sensazione che non potete vivere senza vedermi, allora mi vedrete.
5. Fiducia
Se avete la fiducia completa che Kalyan aveva nel suo Maestro – credendo che fosse notte, benché fosse giorno, perché il Maestro lo diceva – allora mi conoscerete.
6. Fedeltà
Se avete la fedeltà del vostro respiro che vi tiene compagnia fino alla fine della vostra vita anche se non lo sentite continuamente, sia nella felicità sia nella sofferenza, e non vi si rivolta mai contro, allora mi conoscerete.
7. Controllo attraverso l’amore
Se il vostro amore per me allontana la voglia delle cose dei sensi, allora mi realizzerete.
8. Servizio disinteressato
Se avete la qualità del servizio disinteressato che non è influenzato dai risultati, come quello del sole che offre il suo servizio al mondo illuminando tutta la creazione – l’erba dei prati, gli uccelli nell’aria, gli animali della foresta, tutta l’umanità con i suoi peccatori e i santi, i ricchi e i poveri – incurante del loro atteggiamento nei suoi confronti, allora mi conquisterete.
9. Rinuncia
Se rinunciate per Me a ogni cosa fisica, mentale e spirituale, allora mi avrete.
10. Obbedienza
Se la vostra obbedienza è spontanea, completa e naturale quanto la luce lo è per gli occhi e l’odore per il naso, allora verrete a Me.
11. Abbandono
Se vi abbandonate a Me completamente come chi, soffrendo di insonnia, si abbandona al sonno improvviso senza paura di perdersi, allora mi avrete.
12. Amore
Se avete per Me l’amore che San Francesco aveva per Gesù, allora non solo mi realizzerete, ma mi farete piacere.


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Pune, 1957

“Non preoccuparti – sii felice!”
(“Don’t worry – be happy!”)

Il cercatore di perle
Quando diventai un amante pensai di aver trovato la Perla della Meta; ingenuamente non sapevo che questa Perla giace sul fondo di un oceano con innumerevoli onde da superare e grandi profondità da sondare.
Hafiz

All’inizio il cercatore della Verità è come un uomo che, avendo sentito che una perla di valore inestimabile può essere raccolta nelle profondità dell’oceano, si reca sulla riva del mare e dapprima ammira la vastità dell’oceano e poi sguazza e si diverte nell’acqua bassa e, intossicato da questa nuova emozione, si dimentica della perla.
Tra i molti che fanno questo, uno dopo un po’ si ricorda di quello che stava cercando, impara a nuotare e comincia a nuotare verso il largo.
Tra i molti che fanno questo, uno diventa un nuotatore esperto e raggiunge il mare aperto; gli altri periscono tra le onde.
Tra i molti nuotatori esperti, uno comincia a immergersi; gli altri, nell’eccitazione della loro destrezza, si dimenticano nuovamente della perla.
Tra i molti che praticano le immersioni, uno raggiunge il fondo dell’oceano e prende la perla.
Tra i molti che hanno preso la perla, uno ritorna alla superficie con essa; gli altri rimangono bloccati sul fondo a contemplare meravigliati la perla.
Tra i molti che raggiungono la superficie, uno ritorna alla riva. Questi è il Maestro Perfetto (Qutub) e mostra la Sua perla agli altri – i sommozzatori, i nuotatori, coloro che sguazzano – incoraggiandoli così nei loro sforzi. Ma se lo desidera, Egli può far sì che un altro diventi il possessore della Perla senza imparare a nuotare o a immergersi.
Ma il Dio-Uomo o Avatar è il Maestro dei Maestri (Qutub-al-Aktab), e può dare il possesso della Perla a quanti vuole. Il Qutub è la Perfezione perfetta, ma essa è circoscritta alla Sua funzione per quanto riguarda il Suo aiuto agli uomini. L’Avatar è oltre i limiti di funzione; il Suo potere e gli effetti del Suo potere sono illimitati. La Perfezione assoluta del Maestro Perfetto è la stessa del Dio-Uomo. La differenza tra loro sta nella portata del loro operato. Una è limitata, l’altra è illimitata.

L’Altissimo tra gli Alti
Mentre era a Dehra Dun, in India, nel mese di settembre del 1953, la “Vita fieramente libera” di Meher Baba raggiunse il suo apice e il 7 dello stesso mese, la presunta data di nascita di Zoroastro, Baba fece una delle sue più importanti dichiarazioni. Essa illustra con parole chiare il suo significato quale Dio-Uomo.

Consciamente o inconsciamente, direttamente o indirettamente, ogni creatura, ogni essere umano – in una forma o nell’altra – lotta per affermare la sua individualità. Quando infine l’uomo sperimenta coscientemente di essere Infinito, Eterno e Indivisibile, è pienamente cosciente della sua individualità come Dio e sperimenta Conoscenza, Potere e Beatitudine Infiniti. Così l’Uomo diventa Dio ed è riconosciuto come Maestro Perfetto, Sadguru, o Qutub. Adorare questo Uomo significa adorare Dio.
Quando Dio si manifesta sulla terra in forma di uomo e rivela la Sua Divinità all’umanità, Egli è riconosciuto come l’Avatar – il Messia – il Profeta. Così Dio diventa Uomo.
E così Dio Infinito, epoca dopo epoca, attraverso tutti i cicli, grazie alla Sua Misericordia Infinita porta la Sua presenza tra gli uomini scendendo al livello umano in forma umana, ma poiché la Sua presenza fisica tra gli uomini non è compresa, Egli è considerato come un uomo comune del mondo. Tuttavia, quando Egli afferma la Sua Divinità sulla terra proclamandosi l’Avatar dell’epoca, è venerato da alcuni che lo accettano come Dio e glorificato da pochi che lo riconoscono come Dio sulla Terra. Ma è invariabilmente destino del resto dell’umanità condannarlo quando Egli è fisicamente in mezzo a essa.
Così Dio come uomo, proclamandosi come l’Avatar, sopporta di essere perseguitato e torturato, umiliato e condannato dall’umanità, per il bene della quale il Suo Amore Infinito lo ha fatto scendere così in basso affinché quell’umanità, nell’atto stesso di condannare la manifestazione di Dio nella forma di Avatar, affermi, sebbene indirettamente, l’esistenza di Dio nel Suo stato Infinito ed Eterno.
L’Avatar è sempre uno e lo stesso perché Dio è sempre Uno e lo Stesso, l’Uno Eterno, Indivisibile e Infinito che si manifesta in forma di uomo come l’Avatar, come il Messia, come il Profeta, come l’Antico, l’Altissimo tra gli Alti. Questo Avatar eternamente Uno e lo Stesso ripete la Sua manifestazione di tempo in tempo, in differenti cicli, con differenti forme umane e differenti nomi, in differenti luoghi, per rivelare la Verità in differenti fogge e differenti lingue, al fine di sollevare l’umanità dal pozzo dell’ignoranza e aiutarla a liberarsi dalla schiavitù delle illusioni.
Tra le manifestazioni più riconosciute e più venerate di Dio come Avatar, quella di Zoroastro è la prima, essendo avvenuta prima di Rama, Krishna, Budda, Gesù e Muhammad. Migliaia di anni fa, egli diede al mondo l’essenza della Verità sotto forma di tre precetti fondamentali: Buoni Pensieri, Buone Parole e Buone Azioni. Questi precetti erano e sono continuamente rivelati all’umanità in una forma o nell’altra, direttamente o indiretta-mente in ogni ciclo, dall’Avatar dell’Epoca mentre guida l’umanità verso la Verità. Mettere in pratica questi precetti di Buoni Pensieri, Buone Parole e Buone Azioni non è così facile come potrebbe sembrare, benché non sia impossibile. Ma tener fede onestamente e letteralmente a questi precetti è apparente-mente tanto impossibile quanto praticare una morte vivente nel mezzo della vita.
Nel mondo ci sono innumerevoli sadhu, mahatma, mahapurush, santi, yogi e wali, sebbene il numero di quelli autentici sia molto, molto limitato. I pochi autentici appartengono, a seconda del loro stato spirituale, a una particolare categoria che non è né al livello dell’uomo comune né al livello dello stato dell’Altissimo tra gli Alti.
Io non sono né un mahatma né un mahapurush, né un sadhu né un santo, né uno yogi né un wali. Chi viene da me con il desiderio di acquisire ricchezza o conservare i propri beni, chi, attraverso di me, cerca di alleviare la propria angoscia e soffe¬renza, chi chiede il mio aiuto per realizzare o soddisfare desideri mondani, a loro dico di nuovo che, poiché non sono un sadhu, un santo o un mahatma, mahapurush o yogi, cercare queste cose attraverso di me significa andare incontro a una delusione totale, sebbene solo apparente, poiché alla fine questa delusione si rivela invariabil-mente determinante per trasformare completa¬mente le esigenze e i desideri mondani. I sadhu, i santi, gli yogi, i wali e gli altri che sono a metà del cammino possono compiere, e compiono, miracoli e soddisfano i bisogni materiali passeggeri degli individui che vanno da loro in cerca di aiuto e sollievo.
Sorge quindi una domanda: se non sono un sadhu, un santo, uno yogi, un mahapurush e nemmeno un wali, allora cosa sono? La logica risposta sarebbe che o sono semplicemente un essere umano comune o sono l’Altissimo tra gli Alti. Ma una cosa posso affermare con certezza: non potrò mai essere incluso tra coloro che hanno uno stato intermediario di vero sadhu, santo, yogi e simili.
Ora, se sono soltanto un uomo comune le mie capacità e i miei poteri sono limitati, e non sono meglio o diverso da un essere umano comune. Se la gente mi considera tale, allora non dovrebbe aspettarsi nessun aiuto soprannaturale da me sotto forma di miracoli o guida spirituale, e venire da me per realizzare i propri desideri sarebbe assolutamente inutile.
D’altro canto, se sono al di là del livello di un essere umano comune e molto più al di là del livello di santi e yogi, allora devo essere l’Altissimo tra gli Alti. In questo caso, giudicarmi con il vostro intelletto umano e la vostra mente limitata e venire da me con desideri mondani non sarebbe solo il massimo della follia, ma anche pura ignoranza, poiché nessuno sforzo intellettuale potrebbe mai permettere di capire i miei modi di agire o di giudicare il mio Stato Infinito.
Se sono l’Altissimo tra gli Alti, la mia Volontà è Legge, il mio Desiderio governa la Legge, e il mio Amore sostiene l’Universo. Quali che siano le vostre apparenti disgrazie e sofferenze passeggere, non sono che il risultato del mio Amore per il bene ultimo. Perciò, venire da me perché io vi liberi dalle vostre difficoltà o perché soddisfi i vostri desideri mondani significhe-rebbe chiedermi di annullare ciò che ho già stabilito.
Se accettate veramente e in tutta fede il vostro Baba come l’Altissimo tra gli Alti, dovreste mettere la vostra vita ai suoi piedi, invece di voler soddisfare i vostri desideri. Non una sola, ma milioni delle vostre vite non sarebbero che un piccolo sacrificio ai piedi di Qualcuno come Baba, che è l’Altissimo tra gli Alti, poiché l’amore sconfinato di Baba è l’unica guida sicura e affidabile che vi accompagna in modo sicuro attraverso gli innumerevoli vicoli ciechi della vostra vita transitoria.
Non mi può vincolare chi, abbandonando ogni cosa che gli appartiene (corpo, mente, beni) – che un giorno dovrà in ogni caso lasciare – abbandona con uno scopo, perché sa che per ottenere il tesoro eterno della Beatitudine deve rinunciare a ogni bene effimero. Questo desiderio di ottenere qualcosa di più grande resta ancorato al proprio abbandono, e così l’abbandono non può essere completo.
Sappiate tutti che se io sono l’Altissimo tra gli Alti il mio ruolo richiede che vi spogli di tutti i vostri averi e delle vostre esigenze, che consumi tutti i vostri desideri e vi renda privi di desideri piuttosto che soddisfarli. Sadhu, santi, yogi e wali possono darvi ciò che volete, ma io tolgo le vostre esigenze e vi libero da tutti gli attaccamenti e dalla schiavitù dell’ignoranza. Io sono Colui che prende, non Colui che dà ciò che volete o come volete.
I puri intellettuali non potranno mai capirmi attraverso il loro intelletto. Se io sono l’Altissimo tra gli Alti, diventa impossibile per l’intelletto giudicarmi e non è possibile che la mente umana limitata comprenda i miei modi.
Io non sarò realizzato da coloro che, amandomi, stanno reveren-zial¬mente fermi in estasiata ammirazione. Io non sono per coloro che si prendono gioco di me e mi guardano con disprezzo. Non sono qui per avere una folla di decine di milioni che si raduna intorno a me. Io sono per i pochi che, sparsi tra la folla, lasciano silenziosamente e senza ostentazione tutto ciò possiedono – corpo, mente, beni – a me. Sono ancora di più per coloro che, dopo aver abbandonato tutto quello che possiedono non pen-sano mai più al loro abbandono. Appartengono tutti a me coloro che sono pronti a rinunciare anche al pensiero stesso della loro rinuncia e che, rimanendo continuamente vigili nel mezzo di un’intensa attività, aspettano il loro turno per offrire, a un mio sguardo o gesto, la loro vita alla causa della Verità. Coloro che mostrano un indomito coraggio nell’affrontare di buon grado e serenamente le peggiori calamità, che hanno una fiducia incrollabile in me, impazienti di soddisfare ogni mio minimo desiderio a scapito della loro felicità e del loro benessere, mi amano davvero e sinceramente.
Dal mio punto di vista, è molto più fortunato l’ateo che adempie con fiducia le proprie responsabilità mondane, accettandole come suo giusto dovere, di colui che ritiene di essere un devoto credente in Dio ma si sottrae alle responsabilità che la legge divina gli ha assegnato e rincorre sadhu, santi e yogi cercando sollievo dalla sofferenza che alla fine gli avrebbe dato la libera-zione eterna.
Avere un occhio fissato sugli allettanti piaceri della carne e aspettarsi di vedere con l’altro uno sprazzo di Beatitudine Eterna non è solo impossibile, ma anche il massimo dell’ipocrisia.
Non posso aspettarmi che capiate subito ciò che voglio sappiate. Sta a me svegliarvi di tanto in tanto attraverso le epoche, ponendo nelle vostre menti limitate il seme che, a tempo debito e con la dovuta attenzione da parte vostra, germinerà, fiorirà e porterà i frutti della Vera Conoscenza, la cui acquisizione è insita in voi.
Se invece, guidati dalla vostra ignoranza, continuate ad andare nella vostra direzione, nessuno può bloccare la vostra scelta di progresso, poiché anche questo è un progresso che, sebbene lento e doloroso, alla fine e dopo innumerevoli incarnazioni, è destinato a farvi realizzare quello che voglio farvi capire adesso. Per risparmiarvi ulteriori complicazioni nel labirinto dell’illusione e dell’auto-creata sofferenza che deve la sua ampiezza al grado della vostra ignoranza del vero Obiettivo, svegliatevi adesso. Prestate attenzione alla Verità e lottate per essa considerando l’ignoranza nella sua vera prospettiva. Siate onesti con voi stessi e con Dio. Si può ingannare il mondo e il prossimo, ma non si può mai sfuggire alla conoscenza dell’Onnisciente – questa è la Legge Divina.
Io dico a tutti coloro che vengono a me e a coloro che desiderano venire a me che, accettandomi come l’Altissimo tra gli Alti, non dovranno mai venire con il desiderio di benessere e profitti mondani nel cuore, ma solo con un ardente desiderio di dare tutto ciò che si possiede – corpo, mente e beni – con tutti i suoi attaccamenti. Non cercatemi per districarvi dalle vostre situazioni difficili, ma trovatemi per abbandonarvi con tutto il cuore alla mia Volontà. Tenetevi stretti a me non per la felicità terrena e il benessere passeggero, ma siatemi fedeli nella buona e nella cattiva sorte ponendo la vostra felicità e il vostro benessere ai miei piedi. Lasciate che la mia felicità sia la vostra gioia e il mio benessere la vostra quiete. Non chiedetemi di darvi la fortuna di un buon lavoro, ma abbiate il desiderio di servirmi più coscienziosamente e più onestamente senza aspettarvi nessuna ricompensa. Non chiedetemi mai di salvare la vostra vita o quella dei vostri cari, ma chiedetemi di accettarvi e di permettervi di dare la vostra vita per me. Non aspettatevi mai che io guarisca i vostri malanni fisici ma supplicatemi di guarirvi dalla vostra ignoranza. Non tendete mai le mani per ricevere qualcosa da me ma alzatele in lode a me come l’Altissimo tra gli Alti a cui siete venuti.
Se io sono l’Altissimo tra gli Alti, allora nulla è impossibile per me e, benché io non compia miracoli per soddisfare i bisogni personali – ciò che porterebbe l’individuo a impigliarsi ancora di più nella rete dell’esistenza effimera –, di tanto in tanto in determinati periodi manifesto il Potere Infinito sotto forma di miracoli, ma solo per l’innalzamento spirituale e il bene dell’umanità e di tutte le creature.
Tuttavia, persone che mi amano e hanno una fede incrollabile in me hanno spesso sperimentato eventi miracolosi che sono stati attribuiti al mio Nazar o Grazia su di loro. Voglio però che tutti sappiano che i miei amanti non dovrebbero attribuire simili espe¬rienze miracolose al mio stato di Altissimo tra gli Alti. Se Io sono l’Altissimo tra gli Alti sono al di là di questi giochi illusori di Maya nel corso della Legge Divina. Perciò, quali che siano gli eventi miracolosi sperimentati dai miei amanti che mi ricono-scono come tale o da coloro che mi amano inconsapevolmente attraverso altri canali, essi non sono altro che il risultato della loro fede salda in me. La loro irremovibile fede, sostituendo spesso il corso del gioco di Maya, dà loro quelle esperienze che chiamano miracoli. Queste esperienze che derivano da una fede salda alla fine fanno del bene e non intrappolano gli individui che le vivono in ulteriori e più grandi vincoli di Illusione.
Se Io sono l’Altissimo tra gli Alti, allora un desiderio della mia Volontà Universale è sufficiente a dare, in un istante, la Realizza-zione di Dio a tutti e liberare così ogni creatura nella Creazione dalle catene dell’Ignoranza. Ma beata è la Conoscenza acquisita attraverso l’esperienza dell’Ignoranza, in accordo con la Legge Divina. È possibile acquisire la Conoscenza nel mezzo dell’igno-ranza grazie alla guida dei Maestri Perfetti e l’abbandono all’Altissimo tra gli Alti.

La Chiamata di Meher Baba
Di epoca in epoca, quando la fiamma della rettitudine si va estinguendo, l’Avatar ritorna per riaccendere la fiaccola dell’Amore e della Verità. Di epoca in epoca, nel pieno degli sconvolgimenti, delle guerre, della paura e del caos, riecheggia la chiamata dell’Avatar:
“VENITE TUTTI A ME”.
Benché, dietro il velo dell’illusione, questa Chiamata dell’Antico possa sembrare una voce nel deserto, la sua eco risuona nei tempi e nello spazio per risvegliare prima pochi, e infine milioni, dal profondo sonno dell’ignoranza. E nel mezzo dell’illusione essa, Voce oltre tutte le voci, risveglia l’umanità per essere testimone della Manifestazione di Dio tra gli uomini.
Il tempo è giunto. Io ripeto la Chiamata, e dico a tutti di venire a me.
Questa mia Chiamata consacrata nel tempo fa palpitare i cuori di coloro che hanno sopportato tutto pazientemente nel loro amore per Dio, amando Dio solo per amore di Dio. Ci sono quelli che hanno paura e tremano alla sua risonanza e vorrebbero fuggire o resistere. E ci sono anche quelli che, confusi, non riescono a capire perché l’Altissimo tra gli Alti, che è onnipotente, deve necessariamente dare la sua Chiamata all’umanità.
Noncurante dei dubbi e delle convinzioni, e per l’Amore Infinito che ho per tutti, continuo a venire come l’Avatar, per essere ogni volta giudicato dall’umanità nella sua ignoranza, al fine di aiutare l’uomo a distinguere il Reale dal falso.
Immancabilmente attutita dal manto della vera umiltà infinita dell’Antico, all’inizio la Chiamata Divina è poco ascoltata ma poi il suo volume aumenta ed essa risuona e continua a risuonare in un numero infinito di cuori come la Voce della Realtà.
La forza genera umiltà, mentre la modestia è segno di debolezza. Solo chi è veramente grande può essere realmente umile.
Quando, in piena consapevolezza, un uomo ammette la sua vera grandezza, si tratta di per sé di un’espressione di umiltà. Egli accetta la sua grandezza come qualcosa di assolutamente naturale e afferma semplicemente ciò che è, così come un uomo non esiterebbe ad ammettere a sé stesso e agli altri di essere un uomo.
Per un uomo veramente grande che sa di essere veramente grande, negare la sua grandezza equivarrebbe a sminuire ciò che indubbiamente è. Mentre la modestia è la base dell’apparenza, la grandezza è libera da ogni mascheramento.
D’altra parte, se un uomo afferma una grandezza che sa o sente di non possedere, è il più grande ipocrita.
Onesto è l’uomo che non è grande e, sapendolo e sentendolo, afferma chiaramente e con franchezza di non essere grande.
Non sono pochi quelli che non sono grandi ma pretendono di essere umili credendo sinceramente nel loro valore. Attraverso parole e azioni, essi affermano ripetutamente la loro umiltà, professandosi servitori dell’umanità. La vera umiltà non si acquisisce semplicemente indossando una veste di umiltà. La vera umiltà scaturisce spontaneamente e continuamente dalla forza di coloro che sono davvero grandi. Dare voce alla propria umiltà non rende umili, poiché per quanto un pappagallo possa dire: “Sono un uomo” questo non lo renderà tale.
È meglio non avere grandezza che mostrare una falsa grandezza attraverso una presunta umiltà. Non solo questi sforzi di umiltà da parte dell’uomo non esprimono forza ma, al contrario, sono espressione di modestia nata dalla debolezza, che scaturisce da una mancanza di conoscenza della verità della Realtà.
Guardatevi dalla modestia. La modestia, sotto la veste dell’umiltà, porta invariabilmente nella trappola dell’autoin-ganno. La modestia fa nascere l’egoismo, e l’uomo alla fine soccombe all’orgoglio attraverso la presunta umiltà.
La massima grandezza e la massima umiltà procedono di pari passo con naturalezza e senza sforzo.
Quando il Più Grande di tutti dice: “Io sono il Più Grande”, si tratta solo dell’espressione spontanea di un’infallibile Verità. La forza della sua grandezza non risiede nel resuscitare i morti, ma nella sua grande umiliazione quando permette di essere deriso, perseguitato e crocifisso da coloro che sono deboli nella carne e nello spirito. Attraverso le epoche, l’umanità non è riuscita a comprendere la vera profondità dell’Umiltà che sta dietro la grandezza dell’Avatar, misurando la sua Divinità attraverso criteri religiosi acquisiti e limitati. Anche i veri santi e saggi che hanno una certa conoscenza della Verità non sono riusciti a comprendere la grandezza dell’Avatar quando si sono trovati di fronte alla sua reale umiltà.
Di epoca in epoca, la storia si ripete quando uomini e donne, nella loro ignoranza, nei loro limiti e nel loro orgoglio, giudicano il Dio-Uomo che dichiara la sua Divinità, e lo condannano per aver proferito le Verità che non possono capire. Egli rimane indifferente all’abuso e alla persecuzione perché, nella sua vera compassione e nella sua continua esperienza della Realtà, egli sa, e nella sua infinita misericordia egli perdona.
Dio è tutto. Dio sa tutto, e Dio fa tutto. Quando l’Avatar annuncia di essere l’Antico, è Dio che annuncia la Sua manifestazione sulla terra. Quando l’uomo si pronuncia a favore dell’Avatarità o contro di essa, è Dio che parla attraverso di lui. È Dio solo che si proclama attraverso l’Avatar e l’umanità.
Io dico a tutti, con la mia Autorità Divina, che voi e Io non siamo “NOI”, ma “UNO”. Voi sentite inconsciamente la mia Avatarità dentro di voi; io sento coscientemente in voi ciò che ognuno di voi sente. Perciò ciascuno di noi è Avatar, nel senso che ognuno e ogni cosa è tutti e tutto, allo stesso tempo e per sempre.
Non c’è nient’altro che Dio. Egli è l’unica Realtà, e noi siamo tutti uno nell’Unità indivisibile di questa Realtà assoluta. Quando Colui che ha realizzato Dio dice: “Io sono Dio. Voi siete Dio, e noi siamo tutti uno” e risveglia anche questo sentimento di Unità nei suoi sé prigionieri dell’illusione, allora la questione di insignificante e grande, di povero e ricco, di umile e modesto e di buono e cattivo svanisce semplicemente. È la falsa consapevo-lezza della dualità che induce erroneamente l’uomo a fare distinzioni illusorie e a metterle in categorie separate.
Ripeto e sottolineo che, nella mia esperienza continua ed eterna della Realtà, non esiste nessuna differenza tra il ricco e il povero del mondo. Ma anche se una tale questione di differenza tra ricchezza e povertà esistesse per me, riterrei realmente povero colui che, possedendo ricchezze mondane, non possedesse la ricchezza dell’amore per Dio. E riterrei veramente ricco colui che, non avendo nulla, possedesse l’inestimabile tesoro del suo amore per Dio. La sua è la povertà che i re potrebbero invidiare e che rende persino il Re dei re il suo schiavo.
Sappiate quindi che agli occhi di Dio la sola differenza tra il ricco e il povero non è nella ricchezza e nella povertà ma nel grado di intensità e sincerità del desiderio di Dio.
Solo l’amore per Dio può distruggere la falsità dell’ego limitato, la base della vita effimera. Solo questo può far realizzare la Realtà dell’Ego Illimitato, la base dell’Esistenza Eterna. L’Ego divino, quale base dell’Esistenza Eterna, si esprime continua-mente ma, avvolto nel velo dell’ignoranza, l’uomo fraintende il suo Ego Indivisibile e lo sperimenta e lo esprime come l’ego limitato e separato.
Prestate attenzione quando dico con la mia Autorità Divina che l’Unità della Realtà è illimitata in modo così assoluto e onnipervadente che non solo “Noi siamo Uno”, ma che anche questo termine collettivo “Noi” non ha posto nell’Unità Infinita Indivisibile.
Svegliatevi dalla vostra ignoranza e cercate almeno di comprendere che nell’Unità assolutamente Indivisibile non solo l’Avatar è Dio, ma che anche la formica e il passero, così come ciascuno di voi, non sono nient’altro che Dio. L’unica differenza apparente è negli stati di coscienza. L’Avatar sa che quello che è un passero non è un passero, mentre il passero non lo realizza e, ignorando la sua ignoranza, si identifica con il passero.
Non vivete nell’ignoranza. Non sprecate il tempo prezioso della vostra esistenza classificando e giudicando il vostro prossimo, ma imparate ad anelare all’amore di Dio. Anche nel mezzo delle vostre attività terrene, vivete solo per trovare e realizzare la vostra vera Identità con il vostro Amato Dio.
Siate puri e semplici, e amate tutti, perché tutti sono uno. Vivete una vita sincera, siate naturali e onesti con voi stessi.
L’onestà vi preserverà dalla falsa modestia e vi darà la forza della vera umiltà. Non risparmiatevi per aiutare gli altri. Non cercate altra ricompensa che il dono dell’Amore Divino. Anelate a questo dono sinceramente e intensamente, e vi prometto, nel nome della mia Onestà Divina, che vi darò molto di più di ciò a cui anelate.
Vi dò tutta la mia benedizione affinché la scintilla del mio Amore Divino possa impiantare nei vostri cuori il desiderio ardente e profondo dell’amore di Dio.

Le sette Realtà
Io non do nessuna importanza a credi, dogmi, caste e alla celebrazione di riti o cerimonie religiose, ma alla comprensione delle seguenti sette Realtà:
1. L’unica ESISTENZA REALE è quella di Dio, Uno e unico, che è il vero Sé in ogni sé (limitato).
2. L’unico AMORE REALE è l’amore per questo Infinito (Dio), che fa nascere un desiderio ardente e intenso di vedere e capire la sua Verità (Dio) e diventare uno con essa.
3. L’unico SACRIFICIO REALE è quello in cui, nella ricerca di questo Amore, tutto – corpo, mente, posizione, benessere e persino la vita stessa – viene sacrificato.
4. L’unica RINUNCIA REALE è quella che abbandona, anche nell’adempimento dei doveri terreni, ogni pensiero e desiderio egoista.
5. L’unica CONOSCENZA REALE è la conoscenza che Dio risiede sia nei buoni sia nei cosiddetti cattivi, sia nei santi sia nei cosiddetti peccatori. Questa Conoscenza vi chiede di aiutare tutti indistintamente quando le circostanze lo richiedono, senza aspettative o ricompense e, quando siete costretti a prendere parte a una controversia, di agire senza la minima traccia di ostilità o di odio. Essa vi chiede di cercare di rendere felici gli altri con un sentimento fraterno per ognuno e di non fare del male agli altri in pensieri, parole o azioni, nemmeno a coloro che fanno del male a voi.
6. L’unico CONTROLLO REALE è la disciplina dei sensi che permette di non indulgere ai desideri inferiori, e che sola assicura un’assoluta purezza di carattere.
7. L’unico ABBANDONO REALE è quello in cui l’equilibrio rimane indisturbato da ogni circostanza avversa e in cui l’individuo, in mezzo a qualsiasi tipo di avversità, si rimette con calma perfetta alla volontà di Dio.
MEHER BABA

La Preghiera Universale
Questa preghiera è stata dettata da Meher Baba, e durante i ventun giorni del suo “Lavoro particolare” (dal 13 agosto al 2 settembre 1953) fu recitata ogni giorno da uno dei mandali (discepoli) alla presenza di Baba. La traduzione in gujarati della Preghiera fu pure recitata da un altro mandali.

O Parvardigar – Il Preservatore e Protettore di tutto!
Tu sei senza Inizio e senza Fine,
non duale, incomparabile, e nessuno ti può misurare.
Tu sei senza colore, senza espressione, senza forma
e senza attributi.
Tu sei illimitato e insondabile, oltre ogni immaginazione
e concezione, eterno e imperituro.
Tu sei indivisibile; e nessuno ti può vedere
se non con Occhi Divini.
Tu sempre sei stato, Tu sempre sei, e Tu sempre sarai.
Tu sei in ogni luogo, Tu sei in ogni cosa;
e Tu sei anche oltre ogni luogo e oltre ogni cosa.
Tu sei nel firmamento e nelle profondità; Tu sei manifesto
e immanifesto, su tutti i piani e oltre tutti i piani.
Tu sei nei tre mondi, e anche oltre i tre mondi.
Tu sei impercettibile e indipendente.
Tu sei il Creatore, il Signore Assoluto,
Colui che conosce tutte le menti e tutti i cuori;
Tu sei onnipotente e onnipresente.
Tu sei Conoscenza Infinita, Potere Infinito e Beatitudine Infinita.
Tu sei l’Oceano della Conoscenza, Colui che tutto conosce,
che infinitamente conosce, Colui che conosce il passato,
il presente e il futuro, e Tu sei la Conoscenza stessa.
Tu sei pienamente misericordioso ed eternamente benevolo;
Tu sei l’Anima di tutte le anime, l’Uno con infiniti attributi.
Tu sei la Trinità di Verità, Conoscenza e Beatitudine,
Tu sei la Sorgente di Verità, l’Oceano d’Amore;
Tu sei l’Antico, l’Altissimo tra gli Alti;
Tu sei Prabhu e Parameshwar;
Tu sei Dio Aldilà e Dio Aldilà dell’Aldilà;
Tu sei Parabrahma, Allah, Elahi, Yezdan, Ahuramazda,
e Dio l’Amato.
Ti chiamano Ezad, l’Unico degno di adorazione.

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Guruprasad, Pune, Darshan del 1965

Come amare Dio
Amare Dio nel modo più pratico è amare gli altri. Se proviamo per gli altri quello che proviamo per i nostri cari, amiamo Dio.
Se, invece di vedere difetti negli altri guardiamo dentro di noi, stiamo amando Dio.
Se, invece di togliere agli altri per aiutare noi stessi togliamo a noi stessi per aiutare gli altri, stiamo amando Dio.
Se soffriamo per la sofferenza degli altri e siamo felici per la felicità degli altri, stiamo amando Dio.
Se, invece di preoccuparci delle nostre sventure ci consideriamo più fortunati di molti, molti altri, stiamo amando Dio.
Se sopportiamo il nostro destino con pazienza e contentezza, accettandolo come la Sua Volontà, stiamo amando Dio.
Se comprendiamo e sentiamo che il più grande atto di devozione e adorazione di Dio è non fare del male o arrecare danno a nessuna delle Sue creature, stiamo amando Dio.
Per amare Dio come dovrebbe essere amato, dobbiamo vivere per Dio e morire per Dio, sapendo che lo scopo della vita è amare Dio e trovarlo come il nostro Sé.

Per ulteriori informazioni
su Meher Baba
Molte opere letterarie sono state dedicate alla vita e all’opera di Meher Baba. Alcuni di questi libri contengono quasi esclusivamente le sue parole, i suoi messaggi e i suoi discorsi. Tra questi, i tre libri seguenti meritano un’attenzione particolare.

Dio Parla
Questo libro unico, il cui sottotitolo è “Il tema della Creazione e il suo scopo”, tratta in modo approfondito i meccanismi dell’universo e lo sviluppo della coscienza attraverso gli stadi di evoluzione, reincarnazione e infine involuzione (il Sentiero spirituale). È una lettura meditativa che porta a una compren-sione intuitiva sempre più profonda del significato che sta dietro le innumerevoli forme e creature del mondo. Il libro spiega nei dettagli i differenti piani di coscienza e descrive le esperienze del cercatore che percorre il Sentiero verso l’Unione con Dio (Coscienza Infinita). Esso illustra la natura e i tipi di miracoli, i quattro tipi di Liberazione, i dettagli della gerarchia spirituale e innumerevoli altri punti, creando nel contempo un collegamento con le terminologie del sufismo, del Vedanta e del misticismo occidentale. Il libro spiega soprattutto in modo chiaro le differenze di potere e autorità tra i vari tipi di maestri: yogi, santi, Maestri Perfetti e l’Avatar. Si tratta di un libro incompara-bile.

Discorsi (Meher Baba)
Questi discorsi originali sono stati dati da Meher Baba ai Suoi primi discepoli più stretti. Con un linguaggio semplice essi trattano i dettagli pratici del progresso sul Sentiero spirituale. Alcuni titoli di questo libro possono illustrare al meglio la portata e la profondità incredibili di questo volume: “La dinamica dell’avanzamento spirituale”, “Arrivare alla cono-scenza del Sé”, “Servizio disinteressato”, “Reincarnazione e Karma” (parti 1-7), “Maya” (parti 1-4), “La natura dell’ego e la sua fine” (parti 1-3), “Violenza e non violenza”, “Il problema del sesso”, “Gli stadi del Sentiero”, “Il posto dell’occultismo nella vita spirituale” (parti 1-3), “I tipi di meditazione” (parti 1-8), “Requisiti dell’aspirante” (parti 1-4), “Il Cerchio”, “Il compito degli operatori spirituali” e “Dio quale Amore Infinito”.

Il Tutto e il Nulla (Meher Baba)
Questo libro contiene alcuni dei discorsi più vitali e profondi di Meher Baba. Con frequenti lampi di umorismo e il tocco del Poeta Maestro, Baba mette in risalto l’essenza della spiritualità con parabole e aneddoti profondi e nuovi aspetti vibranti. Oltre ai capitoli del libro che sono riportati in questo volume – “Io sono la canzone” e “Il cercatore di Perle” – esso include titoli come: “L’Amante e l’Amato”, “Vino e amore”, “Il venditore di vino”, “Un viaggio senza viaggiare”, “Trasmissione di conoscenza”, “Dallo stato di sogno nella veglia allo Stato di Veglia Reale”, “L’Adesso” e “Il lavoro dell’Avatar”.

Per ulteriori informazioni e la lista dei libri di e su Avatar Meher Baba, contattare:
Meher Baba Information
P.O. Box 1101
Berkeley, California 94701
USA

o

visitare il sito: www.MeherBabaInformation.org

Altri libri, informazioni o ulteriore materiale riguardanti Meher Baba possono anche essere disponibili in tutto il mondo tramite librerie o gruppi e centri dedicati ad Avatar Meher Baba. Di seguito alcuni siti:

Avatar Meher Baba Trust/Online Library
(www.ambppct.org)

Beloved Archives (www.belovedarchives.org)

Sheriar Foundation Books (www.sheriarbooks.org)

The ‘Avatar Meher Baba’ Website
(www.AvatarMeherBaba.org)

The Love Street Bookstore/Los Angeles
(www.lovestreetbokstore.com)

Meher Baba Europa (www.meherbaba.eu)

Per informazioni sulla visita dei principali luoghi di pellegrinaggio connessi con Avatar Meher Baba – compresa la sua Tomba (Samadhi) e le residenze a Meherabad e Meherazad in India – scrivere direttamente a uno dei seguenti centri o visitare i loro siti:
Avatar Meher Baba Trust
King’s Road, Post Bag 31
Ahmednagar, Maharashtra State
India 414001
(www.ambppct.org)

Meher Spiritual Center
10200 North Kings Highway
Myrtle Beach, South Carolina 29572
USA
(www.mehercenter.org)

Avatar’s Abode
19 Meher Road
Woombye, Queensland 4559
Australia
(www.avatarsabode.com.au)

Meher Baba Association
The London Meher Baba Centre
228 Hammershmith Grove, Flat 1
London, England W6 7HG
(www. Meherbaba.co.uk)

Meher Mount
9902 Sulphur Mountain Road
Ojai, California 93923-9374
USA
(www.mehermount.com)

AVATAR
MEHER
BABA
KI
JAI!

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